Zu

Jhator

2017 (House Of Mythology) | avant-prog

I capitolini Zu abbandonano definitivamente i propri iconici appannaggi di jazz-core, prog-metal e zeuhl in "Jhator" (2017), fatto solo di due soundscape di venti minuti circa. La loro è divenuta una sfida in termini di credibilità.
"Jhator: A Sky Burial" è praticamente una lunga appendice alla "A Sky Burial" contenuta nel predecessore "Cortar Todo" (2015). Un forte gong, un tema macabro di cornamuse invischiato in formicolii elettroacustici tradiscono una forte influenza di "Ummagumma" dei Pink Floyd: sembra di ascoltare un incrocio, o, meglio, una sovrapposizione tra la "Sysyphus" di Richard Wright e la "Several Spieces" di Roger Waters. A tratti terrificante, a tratti pomposo, tutto si dilegua in una sezione raga-ambient all'ombra di Steve Roach (un free-form sorprendentemente ben orchestrato).

La seconda "The Dawning Moon Of The Mind", meglio strutturata, giustifica il disco. Comincia ancora con un episodio di folklore etnico (forse la scelta più azzeccata), una fantasia di koto spalleggiata da effetti sonori trip-hop che finiscono per disintegrarla in un vortice di tremori alla Terry Riley e in pattern ritmici alla Oval, ed esplodere poi in un'apocalittica tempesta elettromagnetica. Note gravi di cello avviano infine un requiem da camera con sovratoni da colonna sonora.

Secondo cambio di batterista negli ultimi tre anni di vita del complesso - il norvegese Tomas Järmyr, improvvisatore e turnista con un bel giro di progetti sul groppone - ma il suo apporto è di corredo. Ed è la minore delle novità. Prima vi era concisione, ora ridondanza - vedi anche alla voce "tardi Swans" - prima secchezza, ora sinfonismo, prima urgenza dirompente, ora impalpabilità ponderosa, prima una band, ora un pastiche (ricorda la già discussa svolta ambientale dei Supersilent di "9", 2009, o quella felice dei Zs di "Grain", 2013), un Pantagruel imponente e un po' orbo. Qualche voglia elettronica stava nel già citato "Cortar Todo" e nelle svariate collaborazioni, da quella con Okapi e Dalek (2005) a "Left-Hand Path" (2014) con Eugene Robinson. Massimo Pupillo quasi non tocca il basso, Luca Mai proprio lascia a casa il sax: entrambi si prodigano ai dispositivi e più che altro dirigono il traffico (cello e chitarra, Pilia, koto, tuba preparata, synth, hurdy-gurdy, la stessa batteria di Järmyr).

(28/04/2017)

  • Tracklist
  1. Jhator: A Sky Burial
  2. The Dawning Moon Of The Mind
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