Alex Zhang Hungtai

Divine Weight

2018 (NON) | ambient/drone, sperimentale

Fail again. Fail better. Una delle più abusate citazioni di Samuel Beckett racchiude implicitamente l’invito a tramutare i nostri esiti meno convincenti nella materia prima di qualcosa di più nobile, in cerca di un potenziale nascosto che sfugge a un primo livello percettivo.
Da circa quattro anni il taiwanese Alex Zhang Hungtai ha messo da parte il moniker Dirty Beaches e le sue polverose malinconie confinate in locked groove alla Suicide, muovendo verso forme espressive sperimentali aperte all’opportunità di andare incontro a inaspettate serendipity creative (un anno fa anche nel trio "virtuale" Love Theme).

“Divine Weight” è frutto di un vero e proprio processo di trasfigurazione sonora applicato a frammenti di registrazioni effettuate negli ultimi tre anni, nelle quali l’artista aveva cercato di dare forma ad alcune composizioni per sassofono. Attraverso strumenti digitali e con l’ausilio della sintesi granulare di Pierre Guerinaux – già nel reparto tecnico di “Drifters / Love Is The Devil” – Zhang Hungtai ha dunque operato un massiccio intervento di estensione temporale, alterazione delle frequenze e successivo overdubbing, generando sfuggenti nuvole di suono in progressivo addensamento, tali da renderne irrintracciabile la sorgente primaria.

Un’esperienza piacevolmente straniante già dai minuti iniziali di “Pierrot”, dove al limite si udirebbe il riverbero artificiale di un flauto contralto, solcato lateralmente dalle ombre diafane di uno spettrale pianoforte. La prossimità all’immaginario compositivo di Tim Hecker e il predominante sentore di sacralità apocrifa sono confermati dalla polifonia vocale di “Matrimony”, mentre le ruvide progressioni armoniche di “This Is Not My Country” rendono evidente l’intervento di sound stretch che diversi anni prima fu alla base del magnum opus di Zac Bentz a nome Dirty Knobs.
Più terreo e vibrante il paesaggio mutevole di “Yaumatei”, che evoca un instabile volo d’uccello su pianure semi-deserte da cui filtrano brevemente voci e musiche di insediamenti nomadi. Arriviamo così alla suite finale e titolare, che chiunque potrebbe facilmente confondere con un’assorta meditazione sui registri alti di un organo a canne, i cui accordi a tratti appaiono distorti come i contorni un miraggio in lontananza, un "fata morgana" acustico che ne accentua la suggestione onirica.

Incoraggiato nientemeno che da David Lynch e dal suo braccio destro “atmosferico” Dean Hurley – che lo ha coinvolto nella terza stagione di “Twin Peaks” – Alex Zhang Hungtai intraprende con sempre maggior convinzione una metamorfosi artistica e una ricerca interiore che in “Divine Weight” trovano già un eccelso compimento, foriero di infinite altre rivelazioni meta-musicali sommerse negli strati “inconsci” della fenomenologia sonora.

(10/07/2018)

  • Tracklist
  1. Pierrot
  2. Matrimony
  3. This is Not My Country
  4. Yaumatei
  5. Divine Weight
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