Among The Rocks And Roots

Raga

2018 (Purple Tape Pedigree) | post-hardcore, new wave

Abdul Hakim-Bilal (basso) e Samuel Goff (batteria), di Richmond, costituiscono Among The Rocks And Roots a inizio decennio. La loro specialità è una trance di natura industriale suonata con foga sovrumana, tenendo a mente stile e portamento distruttivo dei primi SwansSavage Republic e Crash Worship, non ultimi GodHeadSilo. Il primo “Samudra Garba Pathe” (2015) già contiene buoni esempi del loro metodo, dalla maratona imponente e sfinente di “License To Depart”, mezz’ora, l’assordante quadriglia di gladiatori del brano eponimo, la tripla dissertazione Nick Cave-iana “Cleansing/I Call Upon Those Who Inhabit Thee/How Can The Minority Of The One Be Right?”.

Le quattro colossali suite di disperazione del seguito, “Raga”, approfondiscono e divagano senza meta. Il grosso della title track, diciassette minuti, è una marcetta militare che tosto diviene urlante danza di guerra, si rarefà e si riprende con la suspense dei trapezisti circensi, verso i lotti più tremendi del caos dannato. Indi esaurisce la sua energia, come un mostro apocalittico ferito a morte, mentre l’elettronica miasmatica rilascia le viscere e, infine, i fuochi fatui. Lo stoner in stile Kyuss-fracassone che apre i ventisette minuti di “Salvation” è solo una scusa: anche qui una danza primitiva sinistra, tempestosa, seducente e ferina ruba l’intera scena. Lo strimpellio sommesso e sincopato del basso, un quasi-jazz trapuntato d’isteria violenta, conduce (in dieci minuti un po’ autoindulgenti) a un nuovo fascinoso finale elettroacustico, sul rantolio del basso, con voci a folate.

“War Song” attacca come folk di santone, presto violentato trasformandolo nella sua versione ultraisterica, fino a raggiungere tempi supersonici grindcore, un festival di percussioni e un finale tremebondo. E’ il brano meno rilevante. La chiusa, “Requiem”, è pura litania industriale: voce zombie, basso metallurgico, sbuffi di presse, scandita batteria Stooges-iana. Si alza di tono, a divenire tempesta elettromagnetica infernale, e poi si spompa, si sfalda in glissandi e percussioni casuali, fino a una lunga coda di mutazioni organiche sempre più orrende.

Geniale miscela di melodramma wagneriano e hardcore avanzato sotto il segno della dismisura: di durata, violenza, arrovellamento, dannazione, lungaggine (il “raga” del titolo), formalismi, grida. E’ la storia, narrata da due con una scheletrica, legnosa, anche approssimativa tecnica da far rimandare ai Sex Pistols, ma impersonata da una collettività universale, che oltrepassa i limiti aurali e importa le caratteristiche e i modi della scenografia, della minaccia subliminale, fino a una tragicommedia traslante dal male umano al pessimo cosmico. Dalla cacciata dal paradiso preumana a quella dall’inferno post-industriale. Secondo capitolo di una trilogia (ultimo: “Pariah”, a data da destinarsi).

(22/06/2018)

  • Tracklist
  1. Raga
  2. Salvation
  3. War Song
  4. Requiem
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