Andrew Tuttle

Andrew Tuttle

2018 (Room40 / Someone Good) | ambient

Andrew suona il banjo, sorride come regola generale e non si farà pregare per bere un’altra birra in compagnia. Ma Andrew non è un vecchio folkster texano, bensì un giovane sperimentatore con base a Brisbane, Australia, sebbene sia anche giramondo per vocazione. E quando suona le sue quattro corde, collegate a effettistiche delicate, ci mette tutta l'anima.
Già due album ne hanno segnato gli esordi sotto l’egida dall'amico e collega Lawrence English, eppure risulta una scelta precisa e significativa quella di dare alle stampe un self-titled: “Andrew Tuttle” è senza dubbio l’album che meglio ne esemplifica lo stile e gli intenti espressivi, benché presenti anche diversi elementi di novità sparsi tra le singole tracce.

Un filo sottile e ininterrotto collega le origini della musica storicamente documentata e l’ambient/drone contemporanea, passando per innumerevoli variazioni e adattamenti nelle diverse tradizioni popolari. Difatti il fingerpicking – così come, a risalire, i raga indiani e il cantus firmus medievale – si basa sostanzialmente su una nota dominante e stabile, al di sopra della quale si vanno a disegnare i più evocativi ed elaborati arricchimenti melodici.
Negli arpeggiati della chitarra acustica e del banjo di Tuttle le maglie del tempo e le distanze geografiche collassano su loro stesse, e anzi vengono del tutto eluse, lasciando germogliare uno scenario bucolico che si rende universale.

Di certo sorprende che le massime potenzialità di sperimentazione offerte dall’EMS di Stoccolma – studio di ricerca per la musica elettronica dove l’artista ha condotto una residenza – si siano poi concretizzate in un album quantomai essenziale, assai più breve e centrato rispetto al precedente “Fantasy League” (2016), ancora al seguito di un’identità che non ha bisogno di spingersi tanto lontano per affermare il suo modesto splendore.
Le stratificazioni di pizzicati e tappeti di sintetizzatori si distribuiscono in un’avvolgente stereofonia entro la quale trovano alternatamente spazio anche i soffici rintocchi di un pianoforte preparato (“Södermalm Syndrome”), una malinconica tromba (Joel Saunders in “The Coldest Night”), una viola (Dina Maccabee, “Meteorological Warning”) e due chitarre aggiuntive (Charlie Parr e Chris Rainier). Ma basterebbero anche i quattro brani in solitaria del lato A per infonderci una quiete zen che ricorda le immersive suite soliste del primo James Blackshaw, sublimi introspezioni intessute come arazzi riccamente decorati.

Tra gli otto quadri complementari di “Andrew Tuttle” si disegna così un paesaggio onirico al di là del bene e del male: non un semplice sottofondo, ma ambiente sonoro a sé stante e a ingresso libero, parentesi di innocuo straniamento dal groviglio del mondo reale.

(27/05/2018)

  • Tracklist
  1. Södermalm Syndrome
  2. Transmission Interruption
  3. Boarding Zone
  4. Garden Development
  5. Meteorological Warning (feat. Chris Rainier, Dina Maccabee)
  6. Reflections On The Twilight
  7. A Winding River
  8. The Coldest Night (feat. Charlie Parr, Joel Saunders)
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