A Perfect Circle

Eat The Elephant

2018 (BMG) | art-rock

Una delle uscite più attese dell'anno è il ritorno degli A Perfect Circle, il supergruppo fondato da Billy Howerdel assieme a Maynard James Keenan nel 1999. Ci sono voluti 14 anni dall'ultimo disco "eMOTIVe", rinvii, progetti intermedi (Howerdel ha pubblicato per ora un unico disco solista sotto il monicker ASHES dIVIDE, Keenan ha dato libero sfogo ai Puscifer come divertissement personale) e contrattempi vari, ma dopo varie vicissitudini il duo è riuscito a dare vita a "Eat The Elephant".

Fin dal titolo l'album appare, come il suo lontano predecessore, ispirato alla situazione politica contemporanea - l'elefante è anche il simbolo del Partito Repubblicano, in seno a cui è stato eletto il presidente statunitense Donald J. Trump. In realtà Maynard non ha voluto dichiarare il significato del titolo e comunque, anche se fosse, il richiamo è ben più sfumato. L'elemento di critica sociale non si esprime in cover antemiche contro la guerra, per dedicarsi più all'introspezione e all'intimismo ("si tratta di riorganizzarsi e prendersi le proprie responsabilità [...] puntare il dito contro Trump non risolverà nulla" ha spiegato Maynard). I testi sono cupi, con tinte di amarezza e rassegnazione che occasionalmente sfociano nella rabbia, risultando particolarmente espressivi.

Nelle interviste antecedenti alla pubblicazione, il duo ha dichiarato che ci sono molti punti in contatto con i Depeche Mode. In realtà stilisticamente si ritrova poco della band inglese, ma c'è una veste nuova che farà discutere. Si tratta di un disco molto atmosferico e orecchiabile, parecchio "soft". Non vuol dire che ci siano brani semplici o monotoni, anzi sono molto ricercati e presentano umori multisfaccettati, tra pezzi più malinconici e cadenzati, altri più aperti. I pezzi risultano quasi tutti rallentati, composti per sottrazione degli elementi rock, che giocano molto sul sentimentalismo e sui contrappunti sonori attorno alla voce di Maynard, espressiva e spesso filtrata.
Sono canzoni che ruotano attorno a lui e ai soundscape di tastiera e pianoforte, che rintoccano in maniera delicata per accompagnare linee vocali emotive (su tutte il poetico singolo "Disillusioned", ma anche la struggente "Feathers"). Ci sono poche chitarre, principalmente a sostegno proprio di Maynard anziché impegnate in riff, e amalgamate con il resto degli strumenti e in particolare con gli effetti sonori. C'è da dire che Billy Howerdel più che mai con quest'album si rivela maestro dell'esercizio di stile, costruendo in maniera impeccabile dodici canzoni pulitissime, certosine, di maniera. Per certi versi ricorda l'attitudine già mostrata con il lavoro marchiato ASHES dIVIDE e i suoi umori crepuscolari, ma rimuovendone gli elementi "riff-centrici" per concentrarsi invece sull'effettistica, sull'orecchiabilità e sull'emotività.

Non c'è molto degli originari A Perfect Circle, mettendo da parte gran parte degli spunti post-grunge e industriali che avevano caratterizzato la loro personale formula rock. Anche i pezzi più vicini sono interpretati con una veste nuova e più easy listening (come i singoli "The Doomed" e "TalkTalk" e l'emozionante "Feathers", che ricordano in parte "Thirteenth Step" se fosse miscelato con i Nosound). In certi momenti sembra quasi di risentire gli ultimi Lunatic SoulAnathema, con il loro alternative-rock molto atmosferico e dilatato. "By And Down The River" gioca tra elettronica minimale e melodie tetre, mentre "Delicious" è più trascinante e intricata nel suo mix di chitarra acustica e batteria intensa; come se Smashing Pumpkins e Sebadoh incontrassero i Cure. Curioso l'ultimo singolo rilasciato "So Long, And Thanks For All The Fish", tra melodie giocose su arrangiamenti cerebrali e testo ricco di riferimenti a icone pop decedute negli ultimi anni.

In alcuni momenti si può avvertire qualcosa anche dei Puscifer, in particolare nella parte conclusiva che è forse la migliore del lotto (il mix di industrial e pop-rock di "Hourglass" e la finale "Get The Lead Out" con scratching preso dal trip-hop, rintocchi di tastiera, ritmo downtempo e atmosfere notturne vicine agli Archive), e in misura molto contenuta qualcosa dei Nine Inch Nails (soprattutto da album come "The Fragile"); ma senza mai osare maggiormente nell'inserimento di elementi elettronici o relativamente più "sperimentali". In effetti per tutti i 57 minuti del disco non si osa mai andare oltre il brano ben scritto e confezionato, radiofonico e malinconico, nonché iper-prodotto. Più volte si attende un climax particolare, un'esplosione sonora, che però non sempre giunge (ad esempio i muri sonori quasi shoegaze di "The Contrarian" e "TalkTalk") lasciando il posto a ulteriori placide melodie. È un album easy listening fino al midollo, ma vissuto e sensibile, e molto raffinato nella sua malinconia.

Si tratta di un album che dividerà sicuramente in due il pubblico, e ai fan tradizionalisti di Tool e A Perfect Circle è assai probabile che risulterà indigesto, se non ruffiano. Ma per quanto esercizio di stile manierista sia, è veramente ben scritto e avvolgente nelle sue atmosfere, e può darsi catturi davvero i gusti e gli umori del 2018, così come "Mer De Noms" fece nel 2000. Tuttavia, "Mer De Noms" riuscì a rinnovare e donare linfa creativa agli stilemi rock più in voga all'epoca, mentre "Eat The Elephant" non possiede la stessa portata innovativa. Vedremo se riuscirà a reggere la prova del tempo.

(20/04/2018)



  • Tracklist
  1. Eat The Elephant
  2. Disillusioned
  3. The Contrarian
  4. The Doomed
  5. So Long, And Thanks For All The Fish
  6. TalkTalk
  7. By And Down The River
  8. Delicious
  9. DLB
  10. Hourglass
  11. Feathers
  12. Get The Lead Out
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