Audrey Chen

Runt Vigor

2018 (Karlrecords) | free improvisation, voice, electronic

Nata negli Stati Uniti ma di origini cinesi e ora rilocata in quel di Berlino, Audrey Chen dedica la sua vita artistica alla libera improvvisazione per voce, violoncello ed elettronica, ma il suo corpus discografico solistico consta appena di un perduto “Glacial”, registrato live nel 2007 e pubblicato solo nel 2009 come Cd-r, venti minuti di arabeschi atonali e palpiti in mezzopiano, e un “Gratitude For Sediment” (2010). Il resto della sua attività è devoto alle collaborazioni, notevole quella con Richard Scott a nome Hiss & Viscera, oltre a Tatsuya Nakatani e Phil Minton.

“Runt Vigor” è così solo il terzo parto in più di quindici anni di attività. Chen ha nel frattempo radicalizzato l’uso della tecnica vocale, da cui cava una sorta di musica concreta di bocca (labbra, denti, saliva, gargarismi), o una musica glitch al naturale.
“Heavy”, il riscaldamento, dà perciò un fitto susseguirsi d’improvvisazioni gestuali, un ecosistema di suoni microscopici. Spingendosi oltre, per “In The” imita il vento, il suo soffio e i suoi sibili quando si frangono sui muri, usando soltanto il respiro e i suoi armonici automatici. L’elettronica l’aumenta, lo sovraincide e infine l’intossica, fa sentire le sue emanazioni ferine, e lo fa infine diventare una detonazione di un motore in avaria.
Il suo cello finalmente si fa sentire in “Mouth”, ma è uno strumento ridotto a fruscio asservito all’improvvisazione di soli rumori, che comunque evoca una landa desolata, attraversa superfici irreale, rintocca misterioso. Qui la voce è una versione invecchiata di Diamanda Galas.

Disco senza compromessi, certamente ostico, persino inascoltabile per i non avvezzi al minimalismo aleatorio, meticoloso e poi avvincente per gli altri, privo di particolari significati, ma con una sua nascosta profondità architettonica. Potente, col passare degli ascolti. Ha un vistoso limite e lo incarna precisamente la suite di chiusa, “Heavy In The Hand”, come da titolo una sorta di ricapitolazione orientata alla “mano” del cello anziché alla voce. In realtà, non fa che prendere spezzoni di quanto l'ha preceduta e riproporli con fare peraltro disorganizzato e confuso, oltre che ripetitivo. Per via della sua durata (porta via metà album), è una zavorra che tende a involgarire l’intero impianto, se non proprio il talento dell’artista. Una clonazione di sé stessa.

(09/11/2018)

  • Tracklist
  1. Heavy
  2. In The
  3. Mouth
  4. Heavy In The Hand
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