Belly

Dove

2018 (Belly Touring) | alt-pop, indie-rock, americana

Ventitré anni senza pubblicare nulla: se non sono un’era geologica poco ci manca. Eppure i Belly negli indimenticati 90 diedero alle stampe un paio di album niente male: “Star” nel 1993 e “King” un paio di giri di calendario più tardi coniugarono istinti pop e sconquassi alt-rock, con quell’approccio malinconico perfetto per la generazione X rimasta orfana di Cobain, con i fumi del grunge ancora appiccicati sulla pelle. La stella di Tanya Donelly aveva già fugacemente brillato con Throwing Muses e Breeders, e anche l’avventura Belly si concluse anzitempo, a causa dei risultati commerciali non in linea con le aspettative di band e label. Erano rimasti intrappolati a metà del guado: troppo edulcorata Tanya per essere considerate riot grrrl, troppo obliqua per poter ambire al mainstream, la favola durò fin quando l’uragano britpop non diede il colpo di grazie a tante produzioni americane.

La Donelly rimase nell’ombra, vittima di un’altalenante carriera solista, ed è una simpatica coincidenza che proprio le Breeders delle sorelline Deal siano di recente tornate a incidere dopo parecchi anni, creando un parallelo che ci riporta indietro nel tempo. Sì, perché per i Belly (così come per le Breeders) l’asse stilistico si è spostato ben poco (persino nella scelta dei titoli composti da quattro lettere), e il revival di quegli anni li sta riportando sui palchi di mezzo mondo: fra pochi giorni saranno anche sul palco del Primavera Sound di Barcellona. Tutt’altro che bolliti, attraverso una scrittura che si è conservata brillante e accattivante, i Belly ripartono da dove si erano fermati, con la medesima line-up che registrò “King”, con l’ex L7 Gail Greenwood al basso e i fratelli Thomas e Chris Gorman confermati rispettivamente su chitarre (più synth) e batteria.

“Dove” non suona quindi come il risultato di una formazione di cinquantenni a caccia di spiccioli per pagare le bollette di casa e l’università dei figli: dimostra piuttosto un bel tiro, e un songwriting non certo appannato, basti ascoltare la sontuosa “Army Of Clay”, tripudio post-grunge denso di quelle chitarre che inesorabilmente si stampano in testa.
C’è tanta luce fra le pieghe di “Shiny One” (arricchita da chitarre un po’ più “cattive” e a tratti shoegaze) e “Human Child”, forte di un ritornello che tende verso i migliori Fleetwood Mac, facendo riscattare il parallelo fra la Donelly e Stevie Nicks. L’attitudine indie-pop da college radio torna a risplendere con prepotenza in brani come “Girl” e “Stars Align”, alle quali tante American teen band potrebbero oggi volgere lo sguardo.

La presenza di diverse ballad acustiche (“Suffer The Fools”, “Quicksand”, la conclusiva “Heartstrings”) mostra comunque un avvicinamento ai lavori della Donelly solista, portando il marchio Belly verso certa Americana (vedi anche le slide di “Artifact”), evitando di immobilizzarlo nel recinto dell'indie-pop placcato di teen spirit.
Ci si muove in territori familiari, ma testando nuove strade, in parte suggerite dall’esperienza, in parte dall’età che non renderebbe credibili assalti troppo sopra le righe, à-la “Super Connected”. A voi decidere se certe – anche se piccole - svolte siano da considerare come un bene o come un male. Per noi la prova del tempo, in questo caso, può ritenersi abbondantemente superata. Bentornati Belly.

(24/05/2018)

  • Tracklist
  1. Mine
  2. Shiny One
  3. Human Child
  4. Faceless
  5. Suffer The Fools
  6. Girl
  7. Army Of Clay
  8. Stars Align
  9. Quicksand
  10. Artifact
  11. Heartstrings


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