Ben LaMar Gay

Downtown Castles Can Never Block the Sun

2018 (International Anthem) | experimental, art-jazz-pop, tropicalismo

Prima di approdare alla pubblicazione di “Downtown Castles Can Never Block The Sun”, suo esordio ufficiale, Ben LaMar Gay ha scritto e registrato, durante gli ultimi sette anni, molta musica, affidata a dischi che, per lo più, sono rimasti appannaggio di pochissimi intimi amici.
“Downtown Castles Can Never Block The Sun” nasce come una sorta di antologia compilata dallo stesso musicista del South Side chicagoano, che qui è riuscito a offrire una panoramica esaustiva del suo pastiche di jazz, elettronica, art-pop, funk, musica brasiliana e sprazzi di hip-hop.

Si comincia con il metallico luccichìo della brevissima “Vitus Labrusca”, preludio a “Muhal”, in cui, a suon di percussioni, svirgolamenti sintetici e scoppi di clarinetto basso, viene omaggiato quel Muhal Richard Abrams che negli anni Sessanta fu l’artefice primo della fondazione dell’AACM (Association for the Advancement of Creative Musicians), leggenda del jazz d’avanguardia con cui lo stesso Gay ha avuto a che fare in più di un'occasione. Attraverso il minimalismo nevrotico di “Music for 18 Hairdressers: Braids & Fractals” e una “Jubilee” in cui l’Afrobeat è screziato di flash jazz-metropolitani (questi ultimi redivivi, ma in modalità più crepuscolare, anche in “Me, Jayve & The Big Bee”), si giunge, quindi, a quella stravaganza tribal-catchy che risponde al nome di “A Seasoning Called Primavera”, in cui Gay, affidandosi a una vecchia ricetta dell’Alabama, celebra la gioia di cucinare succulenti piatti primaverili dopo un lungo e rigido inverno. Tra i brani più spassosi vi è anche “Miss Nealie Burns”, (con-)fusione di Dixieland jazz e samba.

Ma le suggestioni sonore del Brasile (una terra in cui il musicista è anche vissuto per qualche periodo) si fanno sentire anche in “Uvas” (sospesa tra lo stupore della bossanova più nostalgica, l’austerità della musica da camera e l’elettronica d’arredamento) e in “Swim Swim”, art-pop tropicalista misteriosamente ispirato dai gesti e dalle espressioni di Giulietta Masina in “Le notti di Cabiria” di Federico Fellini.
A completare il mosaico, gli echi dei primi Tv On The Radio che emergono tra le pieghe di “Kunni”, la sonata metafisica di “Melhor que tem”, l’interludio concretista di “Gator Teeth” (che aggiunge un tocco sinistro al disco), l’addizione di spoken-word, harmonium e ngoni (un liuto africano a quattro o cinque corde) che genera “7th Stanza” e, per finire, le scaramucce free-jazz per cornetta e tuba di “Oh, No… Not Again!”.

Guidato da un piacere quasi infantile nell’amalgamare diversi generi e stili musicali, Ben LaMar Gay è stato capace di assemblare un disco che stuzzica la mente e risveglia il corpo.

(16/12/2018)

  • Tracklist
  1. Vitus Labrusca
  2. Muhal
  3. Music for 18 Hairdressers: Braids & Fractals
  4. Afrobeat e flash jazz-metropolitani 
  5. A Seasoning Called Primavera
  6. Miss Nealie Burns
  7. Me, Jayve & the Big Bee
  8. Uvas
  9. Galveston
  10. Swim Swim
  11. Kunni
  12. Melhor que tem
  13. Gator Teeth
  14. 7th Stanza
  15. Oh No...Not Again!
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