Bilderbuch

Mea culpa

2018 (Maschin Records) | alt r&b, deep house, art-rock

In un panorama politicamente fosco e culturalmente reazionario, i Bilderbuch da Vienna si ergono a emblema non soltanto della resistenza, ma anche dell’evoluzione della cultura di stampo europeo, per lo meno in ambito musicale. È vero, giunti al quinto album (il terzo della “svolta alt-r'n'b”) i quattro ragazzi austriaci pescano ancora a piene mani dalle tendenze urban americane, ma si dimostrano puntualmente in grado di reinventarle in contesti propri del sentire arty che ha generalmente dominato il versante anglosassone e mitteleuropeo nel Novecento musicale del Vecchio Continente.
Del resto, gli stessi Bilderbuch nelle foto promozionali per questo “Mea Culpa”, primo capitolo di una coppia di album che si completerà con “Vernissage My Heart” in uscita il 22 febbraio, sembrano evocare una contemporaneità continentale cupa, con quelle stelline nere che fanno tanto bandiera dell’Ue a circondare le loro figure in uno spettrale b&w.

Se le chitarre scattanti e hard di “Schick Schock” rappresentavano la frenesia eccitata di una band che aveva riscoperto sé stessa e aveva finalmente trovato la propria inimitabile cifra stilistica, e le manipolazioni sonore monumentali di “Magic Life” segnalavano un’ambizione senza più freni né barriere di genere, “Mea Culpa” esce in sordina, un po’ a sorpresa, a poco più di un anno di distanza dal predecessore e senza alcun singolo ad anticiparlo. Il che è un bene, se si pensa a “Eine nacht in manila”, l’improbabile svolta "estiva" per Maurice Ernst e soci rilasciata nel maggio di quest’anno che, seppur divertendo, preoccupava nell’evidenziare una tendenza al disimpegno puro e all’esasperazione un po’ "truzza" nell’uso dell’autotune.
Ebbene, la direzione di questo nuovo lavoro e delle sue nove tracce è diametralmente opposta: il mood generale è plumbeo, sostanzialmente privo degli slanci bombastici che avevano fatto la fortuna delle varie “Maschin” e “Bungalow”, e le tastiere dominano lo spettro sonoro, lasciato comunque più libero rispetto al recente passato. Tutto ciò viene riverberato anche nei testi, scritti al solito a mo’ di fulminanti istantanee sulla vita giovanile moderna e sui suoi totem, siano essi la tecnologia, il fumare erba, il sesso, ma con un piglio decisamente più riflessivo e alienato rispetto all’umorismo a tratti demenziale dei precedenti due dischi.

Ed è così che ci si ritrova spiazzati dai pad anni 90 e dagli archi di “Taxi Taxi”, dall’andazzo house old school di “Lounge 2.0”, dal pianoforte elettrico lounge di “Meine Herz Bricht” e “Megaplex”,  o da quello soul Fm in “Aloe Vera”. Addirittura lo strumentale di passaggio “Emotion” accenna a un jam jazzata, seppur filtrata pesantemente da una nebbia di riverberi e di manipolazioni elettroniche da studio.
Sarebbe un errore tuttavia pensare che in questo disco i Bilderbuch come li conosciamo siano del tutto scomparsi, anzi, la band dimostra di aver trovato un’identità talmente forte da saper utilizzare le usuali scorribande onomatopeiche per aumentare l’estasi di alcuni momenti, quali il climax di “Taxi Taxi” o il finale di “Aloe Vera” (peraltro entrambi numeri particolarmente interessanti per l’intento decostruttivo verso la struttura classica della forma-canzone).

Inoltre, stiamo pur sempre parlando di una formazione che può vantare un chitarrista come Michael Krammer, ovvero un autentico fuoriclasse della sei corde, probabilmente il più grande guitar hero della sua generazione (anche se nessuno lo sa). Pur rinunciando per questa volta a dominare in lungo e in largo nel mixaggio, Krammer non può esimersi dall’imprimere il suo tocco princeano in deliziosi fraseggi.
La scelta di toni clean in linea con un contesto sonoro meno rock rispetto al passato fa sì che la sua Telecaster si insinui felpata nell’intera “Megaplex”, generando un ubriacante dialogo chitarra-voce, nell’assolo e nel finale di “Aloe Vera”, o nella coda di “Sandwishes”. Il desiderio di camuffamento in stile Fripp che pervadeva molti momenti di “Magic Life” (su tutti l’incredibile “chitarra flauto” di “Erzähl deinen Mädels, ich bin wieder in der Stadt”) è attenuato, o per lo meno così sembrerebbe.

Non mancano però nemmeno questa volta i momenti di meraviglia rispetto alle sue evoluzioni chitarristiche: in “Checkpoint” sono proprio le variazioni timbriche dell’elettrica a condurre in maniera sottile ma decisiva tutto l’andamento emotivo della canzone. Toccante, in particolare, è la coda con triplice sovrapposizione di chitarre, che va a chiudere nel migliore dei modi uno degli apici del disco e dell’intera esperienza della band.
Come si è accennato, l’influenza della musica nera si è fatta più pesante rispetto alle commistioni alternative r&b che pervadevano i precedenti due dischi, tant’è vero che ad esempio in “Meine Herz Bricht” possiamo trovare Maurice Ernst intento a vocalizzare suadente e black come non mai, in modo curiosamente simile a YONCE dei giapponesi Suchmos, ovvero gli alfieri contemporanei del city pop.

La somiglianza è con ogni probabilità una singolare coincidenza, ma è positivo riscontrare simili vicinanze in gruppi tanto capaci e così geograficamente lontani. È la vittoria più importante e sostanziale di chi crede e si batte per una convivenza sociale aperta e libera da nazionalismi o sovranismi di sorta. E che una simile vicinanza capace di annullare confini e distanze possa avvenire proprio grazie alla musica pop, beh, non può essere del tutto frutto del caso.

(21/12/2018)

  • Tracklist
  1. Sandwishes
  2. Taxi Taxi
  3. Lounge 2.0
  4. Emotion 
  5. Mein Herz Bricht
  6. Megaplex
  7. Memory Card
  8. Checkpoint (Nei Game Over)
  9. Aloe Vera




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