Carla Bozulich

Quieter

2018 (Constellation) | songwriter

Colta da un incidente all’udito dopo tanti e tanti tour sfiancanti, persino insostenibili se il punto di vista è quello del volume della distorsione, e dunque presasi una congrua pausa di riflessione fisica e artistica, Carla Bozulich perviene ancora una volta allo studio di registrazione spinta, al solito, dagli amici musicisti di una vita. Quello che ne risulta parla molto fin dal titolo: “Quieter”. Non è soltanto il fratello minore e, appunto, più calmo dello spavaldo predecessore “Boy” (2014), ma pure una dichiarazione di resa, la fine di un’epoca e dei suoi anni ruggenti (che, a dirla tutta, nelle molteplici incarnazioni di Carla sono durati molto più di colleghi ben più blasonati).

Sono componimenti che aveva nel cassetto da anni, scarti o ripensamenti ancora privi di un vero e proprio arrangiamento. Tra canzoni davvero calme e rinunciatarie, però, spunta anche un album nell’album. Da sempre molto prossima a impersonare la chanteuse decadente, oltre all’apocalittica “evangelista”, l’autrice si lascia largamente aiutare dagli ospiti - come e anche più che in passato - a cementare, finalmente, una personalità artistica calibrata, più congrua al suo stato esistenziale meditativo e non più così tenebroso.
Gli otto minuti di “Let It Roll”, una delle sue omelie più nude, ancora ben lungi dall’essere una ballad d’ispirazione senile, costituiscono non per niente l’“Evangelista” del nuovo corso. L’elettroacustica percussiva di Andrea Belfi aiuta a dipingere un’ennesima landa stregata, stavolta connotata da accenti persiani, mentre la recitazione della cantante arriva a un refrain straziante senza parole. E’ una svolta operistica e liederistica, senza acuti strepitati, e men che meno violenza strumentale, lussuosa e non più violenta, men che meno espressionista. Purtroppo, il suo ego domina senza curarsi di trovare una degna chiusa.
Prosecuzione è così “Stained In Grace”. L’intensità riporta a dosi sovrumane di concentrazione: è un non-brano di coltri di suono a fasce concentriche, una spirale lentissima di preghiere millenarie che si susseguono in strati dimensionali. E conclusione, ben più della convenzionale, acustica “End Of The World” (questa sì una ballad in piena regola, per quanto scheletrica), è l’allucinata e ancor più svanita “Written In Smoke”, di nuovo una sequela di esortazioni mantriche a lento sviluppo, sempre più mistiche, provvisorie, preda del nulla.

Quasi new age a confronto con gli esordi hardcore, in questo non così dissimile dallo “Skeleton Tree” (2016) di Nick Cave, ha nell’approfondita intercapedine trascendentale il suo lato avventuroso. Bozulich si disintegra in tutti i sensi: nel canto, mischiato e smaterializzato nelle profondità delle soundscape, nella genuflessione data dai testi, fedele alla sua estetica di penitenza di pari passo con il suo amore per il drone, e in una pur diseguale capacità di armonizzare gli ospiti, uno o più per pezzo, una disomogeneità che fa suonare il disco un tantino improbabile. L’aiutano, oltre a Belfi, soprattutto John Eichenseer e NovellerMarc Ribot e altri malleabili ma anche soverchianti. Ha i suoi scivoloni in canzoni piatte o proprio retoriche, l’inno glitch “Glass House”, appena grazioso, l’interlocutoria “Emilia”, “Sha Sha” dimenticabile. Piacerà poco a chi la scopre per la prima volta. In copertina un suo selfie.

(27/05/2018)

  • Tracklist
  1. Let It Roll
  2. Sha Sha
  3. Glass House
  4. Stained In Grace
  5. Emilia
  6. Written In Smoke
  7. End Of The World
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