cero

Poly Life Multi Soul

2018 (Kakubarhythm) | nu-jazz, indie-pop, art-rock

Volendo contestare alla radice un recente (ma neanche tanto: “Retromania” ha appena compiuto otto anni) orientamento Reynolds-iano che vede nell'“ingiapponesimento” dell'Occidente musicale la deriva ultima dell'autocitazionismo pop, sterile trasposizione in forma collagistica/autocelebrativa di un formulario cristallizzato, potrebbe invece affermarsi - non senza un pizzico di quella spregiudicatezza propria delle dichiarazioni altisonanti - che pochi paesi, al pari del Giappone, hanno fatto tesoro delle esperienze occidentali per allestire una scena musicale altrettanto diversificata e immaginifica. Paradossalmente, adottando questo approccio - immune, almeno nelle intenzioni, da purismi interpretativi e dagli strascichi di un anglocentrismo quantomai tossico - ci si potrebbe quasi rammaricare che l'Occidente non si sia “ingiapponesito” abbastanza.
 
Se seguite le illustri firme che da anni, proprio su queste pagine web, si prodigano nel trattare il “made in Japan”, sarete già a conoscenza tanto delle mille sfumature del vivaio j-pop, quanto delle espressioni più vibranti di una realtà nella quale il rock ha ancora un posto, segue percorsi inediti, ha ancora un suo peso specifico nei gusti del pubblico (e ciò sia detto senza implicare giudizi di valore che tanto aggradano il pubblico rockista). Tra le tante proposte, a farsi largo in questi ultimi anni è stata una manciata di band influenzate dall'acid-jazz (genere che fin dai 90's si è infiltrato in profondità nel sentire nipponico, forse perché percepito come un'evoluzione del city pop del decennio precedente), e che il critico specializzato in “giapponeserie” Patrick St. Michael inquadra come “city-centric rock”. 
 Gli esponenti più illustri della cricca restano i Suchmos, per molti versi anche i più caratteristici. In seconda fila, tralasciando i nomi più mediocri, ecco i cero salutare con la manina un momento di successo confezionato al millimetro ("Summer Soul"), pur nella consapevolezza di restare non solo i pionieri, ma anche l'esemplare più sperimentale del lotto. Il loro fine? Brevettare una “dance music” (così la definiscono) capace di mediare tra istintività e razionalità, tra fonti autoctone e forme danzerecce occidentali; squisitamente giapponese, ma dal respiro internazionale.
 
In fin dei conti “la cultura è basata sul furto”, almeno stando alle parole del tastierista Yu Arauchi, principale responsabile del nuovo corso intrapreso dalla band. Partiti come confuso ma stimolante reticolo di rimandi indie-rock e acid-jazz nel quale restava occasionalmente imbrigliato il pescegatto synth-exotica YMO (si ascolti l'uno-due "Exotic Penguin Steps"/"Exotic Penguin Night" su “World Record” del 2010), il trio di Tokyo ha dapprima cercato una sintesi che limasse le eccentricità circensi dell'esordio (“My Lost City”, datato 2012), per poi lasciarsi sedurre dalle luci al neon della notte urbana e inglobare suggestioni nu-jazz in quello che è stato il loro primo affacciarsi in terra mainstream (“Obscure Ride”, 2015). Punti fermi di questo percorso restano la vocalità di Shohei Takagi: delicata e soulful, copre in realtà territori tra i più disparati, attingendo anche dal rap; la plasticità della base ritmica; la creatività di Tsubasa Hashimoto alla sei corde e, ovviamente, quella di Arauchi alle tastiere. 
 
Con “Poly Life Multi Soul” (maggio 2018, Kakubarhythm) si compie il decisivo salto di qualità, l'approdo a un art-soul “polimorfo” che proietta la sognante giocosità dei Fishmans in un nervoso, intricato scenario dove nu-jazz, indie-pop, tocchi di elettronica, sfumature world e movenze alt-r&b si amalgamano in un unicum mozzafiato. Accompagnati, come nel precedente album, da un manipolo fisso di musicisti e coristi, i cero sono ormai una vera e propria Contemporary Exotica Rock Orchestra (di cui la ragione sociale è giustappunto acronimo) in viaggio verso un'esosfera pop dove ridefinire cromatismi, poliritmie e controtempi. Di questo excursus, il primo singolo "Sakana no Hone Tori no Hane" - oltretutto accompagnato da un videoclip mirabile - non poteva essere manifesto più adeguato. Altro momento-chiave la vertigine astrale/fanciullesca di "Lethe no ko", “spiritual nipponico” frenetico e dolcissimo, dove la traccia guida sembra essere il folklore primigenio degli antichi tamburi taiko. Il tutto, come detto, senza mai perdere appeal melodico ("Double Exposure", che trasfigura in miraggio shibuya-kei lo Shuggie Otis di “Inspiration Information”), viceversa esaltato da questa cornice “progressiva” (le mille anime di "Betten Falls", gli astrattismi di "Modern Steps" e "Yoru ni naru to sake wa").
 
Ulteriori costanti sono la ricchezza della strumentazione (i synth ronzanti che guidano "Buzzle Bee Ride", le marimba di "Usuyami no Hana") e l'utilizzo quasi puntillistico, estremamente efficace, dei coristi. Su "Waters", ad esempio, le parti vocali di Manami Kadudo e Tomomi Oda sono organizzate secondo la tecnica denominata hocketing, nella quale una melodia viene spartita tra più voci che si alternano nell'esposizione. "Sokou", invece, sorge da un sample ciclico a tre voci immerse in rumori acquatici, contrappuntato prima dagli accordi nylon del secondo chitarrista/percussionista Baku Furukawa (dispensatore di graditissimi aromi brasiliani), poi dal fraseggio sinuoso di Takagi. A un botta e risposta tra solista e coro più tradizionalmente soul è improntata "TWINKLE", pigra e caracollante, laddove il gran finale della "Title Track" (quasi nove minuti) è gloriosa summa delle tecniche fin qui passate in rassegna e insieme il loro superamento, con tanto di tentazioni space-disco lasciate a decantare in chiusura. 
 
Sorprendente il debutto di "Poly Life Multi Soul" al quarto posto della classifica Oricon, laddove “Obscure Ride” non è mai andato oltre una - comunque rispettabilissima - ottava posizione. Sorprendente quasi quanto la sbrigatività con cui, su RYM e altre piattaforme virtuali, un cospicuo numero di utenti ha minimizzato il disco, riducendo il malloppone a una semplice copia carbone della musica dei Fishmans. Mai come in questo caso mi sento di dissentire: se alla band del compianto Shinki Sato i cero sono giustamente accostabili per attitudine dreamy e talune consonanze in fatto di melodismo indie-pop, è altrettanto innegabile che l'habitat nel quale questi aspetti sono lasciati a germinare, la matrice identitaria fondante, non sia il dub bensì i continuum nu-soul e jazz-rock, entrambi generi piuttosto estranei alla tavolozza stilistica dei Fishmans. Ecco perché il riferimento a questi ultimi dovrebbe essere inteso essenzialmente come un indizio, piuttosto che come un (maldestro) tentativo di banalizzare un sound tanto peculiare. Un sound come difficilmente capiterà di ascoltarne ancora, e non solo in questo 2018. 

(16/10/2018)



  • Tracklist
  1. Modern Steps
  2. 魚の骨 鳥の羽根 (Sakana no Hone Tori no Hane)
  3. ベッテン・フォールズ (Betten Falls)
  4. 薄闇の花 (Usuyami no Hana)
  5. 溯行 (Sokou)
  6. 夜になると鮭は (Yoru ni naru to sake wa)
  7. Buzzle Bee Ride 
  8. Double Exposure
  9. レテの子 (Lethe no ko)
  10. Waters 
  11. TWNKL
  12. Poly Life Multi Soul 
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