Christina Vantzou

No. 4

2018 (Kranky) | ambient/drone

Se si crede nel potere evocativo della musica – e se per questo dell'arte in generale – le parole rischiano di diventare un accessorio superfluo, addirittura un impiccio. A volte sopraggiunge anche una sana stanchezza, frutto della passione e abitudine (croce e delizia) per l'analisi, l'approfondimento, l’elucubrazione al servizio del lettore di passaggio.
Quel succitato potere viene creduto e professato da quasi tutti gli artisti più ambiziosi che, non facendo troppo i conti col mercato, alimentano un'idea di ascolto profondo e riccamente esperienziale. In pochi, tuttavia, hanno l'umiltà e forse il coraggio di consegnare le proprie produzioni senza ulteriori spiegazioni, citazioni, giri di parole, oppure interminabili comunicati stampa.

Christina Vantzou sì. La giovane compositrice di stanza a Bruxelles, svelata al mondo dall’indomita fucina Kranky, tiene traccia del proprio percorso artistico con l'oggettività dei numeri progressivi, delle date e delle durate in minuti e secondi, come se a ogni album non rimanesse altro che raccontarsi da sé, con l'unico intermediario dell'ascolto. Ed è una scommessa che risulta difficile perdere, se dal tavolo di una scrittura sonora estremamente raffinata vengono sgomberate le aspettative, le suggestioni tematiche, i significati sottesi.
Col precedente “No. 3”, attraverso l'essenzialità del drone espressionista con cui plasmava uniformemente le tracce, Vantzou ci invitava a sporgerci dall'orlo di un imponente precipizio, lasciandoci però ben saldi nella finitezza del raggio visivo. Ma sebbene la persuasione del ritorno non sia da meno, nel “No. 4” – al netto di facili stereotipi legati alla musica d’atmosfera – tutto evoca pervasivamente le placide nebbie del sonno profondo, in un recesso dove l'attività cerebrale non incontra appigli con il mondo sensibile e tutto è pura, carezzevole illusione sensoriale.

Un canto di sirene, né più né meno, ci conduce senza indugio nelle braccia di Morfeo, aprendo il varco verso una dimensione primigenia, quasi amniotica, attraversata da barlumi concilianti (“Percussion In Nonspace”). Il gusto per le trame degli archi riverberati, già maturato negli esordi di stampo quasi cameristico, riemerge per brevi tratti con lo stesso etereo afflato degli Stars Of The Lid (“At Dawn”, “No.4 String Quartet”), laddove altri impalpabili specchi d’acqua paiono riflettere, con un magistrale esercizio di mimesi, l’eco della nave di Eno che si allontana all’orizzonte (“Doorway”) punteggiata da limpide note di pianoforte, come diafane impressioni di Debussy (“Some Limited And Waning Memory”).
Autoesplicativa la direzione di “Staircases”, dove i tasti corrispondono a gradini discendenti verso un livello di estatica ipnosi sensoriale, mentre “Garden Of Forking Paths” procede sulla linea retta di una corda infinitamente tesa. Ma lo scenario più nitido e arioso si disegna nel lungo finale in collaborazione con il compagno di roster Steve Hauschildt, tra i più sensibili interpreti della nuova synth-music, che sigilla l’opera con le volute della sua incontaminata psichedelia naif.

Al termine dei 43’55”, il quarto lavoro solista della sound artist del Missouri appare chiaramente come il suo disco più maturo, nel quale coesistono stili da tempo consolidati e inediti, sublimanti poeticismi ambient. Pur nell’alternanza tra luci e ombre, comunque, la musica di Christina Vantzou rimane un porto sicuro per l'immaginazione e l'ascolto immersivo, al quale ci si può abbandonare senza timore di incontrare frequenze che possano tradire il mood onirico delle sue composizioni. Che, per l’appunto, è tanto meglio godersi a lungo e in totale libertà, prima di abbozzarne un’indegna parafrasi.

(11/04/2018)

  • Tracklist
  1. Glissando For Bodies And Machines In Space
  2. Percussion In Nonspace
  3. At Dawn
  4. Doorway
  5. Some Limited And Waning Memory
  6. No.4 String Quartet
  7. Staircases
  8. Sound House
  9. Lava
  10. Garden Of Forking Paths
  11. Remote Polyphony (feat. Steve Hauschildt)
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