Club 8

Golden Island

2018 (Labrador) | art-pop

La domanda forse più pertinente che ci si possa porre di questi tempi a proposito dei Club 8 non può che riguardare delle precise coordinate temporali. Ovvero in quale momento, nel loro ultraventennale itinerario creativo, questi fantastici artisti svedesi hanno avviato la personale picchiata che non sembra doversi arrestare. Se le tentazioni afro-cubane di “The People’s Record” avevano quantomeno saputo compensare la delusione per l’ennesima brusca virata con la curiosità di un esotismo pure intrigante, la deriva synth-pop dei due capitoli seguenti pareva averci abituato a uno spartano quanto fiacco conformismo elettronico, almeno per dei fuoriclasse della loro schiatta. Il decimo capitolo della saga, in uscita oggi con l’etichetta di famiglia (la solita Labrador), acuisce la crisi e il relativo allarmismo, per quanto “Golden Island” non nasconda ambizioni piuttosto elevate sin dalla copertina di taglio simbolista, tra una strizzata d’occhio a Gaston Bussière e una ad Arnold Böcklin.

A questo giro, come suggerisce l’opener, il riposizionamento premia un minimalismo di matrice asiatica che disegna fondali disadorni dove lasciar correre la splendida voce di Karolina Komstedt come in un’ininterrotta litania, accompagnata alla bisogna dai rinforzi corali in odor di misticismo di Johan Angergård. La medesima economia di risorse caratterizza la successiva “Breathe”, seppur con un synth scurissimo che relega la cantante in uno scenario retrofuturista dalle marcate evocazioni eighties, ancora una volta contaminato da quella rarefatta aura di pseudo-ascetismo in salsa nipponica. Il risultato, algido, si dimostra ben al di sotto delle aspettative, perché il duo veleggia annoiato nel pallore biancastro di queste lande sonore (in parte già battute dai Mum ma con tutt’altra carica empatica), compiaciuto quanto basta ma senza più un’anima a sostenerlo, senza più candore da smerciare.

Pretenzioso, ozioso, cervellotico, il disco vanifica la meraviglia del cantato della Komstedt con un insistito nascondino emotivo, un gioco frigido che sa di presa per i fondelli, tra astrazioni quasi new age un tanto al chilo e quel ricercato raffreddamento della magia che suona oltremodo sadico nei confronti degli aficionados. Questa caricatura di una quiete folk-orientaleggiante non ha mai modo di attecchire o affascinare. E’ come una nebbia che avvolga tutto nella noia, non soltanto le chitarre del songwriter (rimpiazzate da ninnoli e xilofoni) ma pure, soprattutto, gli incantesimi di una Komstedt che sparisce dai radar spesso e volentieri, anche quando si trovi al centro della scena.
L’irritante pervicacia dell’Angergård scenografo, scaltro spacciatore di emozioni fasulle, non consente sostanziali modifiche delle coordinate e, se possibile, le cose peggiorano perfino strada facendo, se il battito di “You've Got Heart” suona sempre più spento, un’intonazione che evapora davanti a noi e chiama solo sbadigli.

Prima dell’ultima nota, abbozzi di musica concreta, field recording bucolici, pedanti esercizi al pianoforte che emulano maldestramente quelli dei Rachel’s di “Selenography” o “The Sea And The Bells”, ma anche gli sgorbi finto-tibetani del musicista, a simulare uno spiritualismo in stile Ikea che non può non indisporre nonostante il contributo ordinato (ma diciamo pure scolastico) della collega.
In una prova volutamente omeopatica e rinunciataria (si sentano “Touch You” e la conclusiva “Silence”) Karolina non eccede mai l’ordinaria amministrazione, e questo è particolarmente grave, perché proprio una sua partecipazione meno impalpabile avrebbe forse compensato a dovere i paesaggi brulli e alieni della parte strumentale, offrendo se non altro qualche barlume di interesse a un album che di amabile ha davvero poco e che con le sue misere suggestioni non permette di registrare altro che uno spreco di talento.

Meglio, allora, l’ammiccante salto indietro di “Fire” a una languida e anemica dance in zona Birkin-Gainsbourg, che riavvicina certe tonalità del passato remoto della coppia (dalle parti dell’esordio, “Nouvelle”) ma resta pur sempre magra come consolazione. Così eccoci, quando e l’ora di tirar le somme, a rimpiangere non soltanto il miracoloso estro indie-pop del capolavoro “The Boy Who Couldn’t Stop Dreaming”, il guitar-pop balearico (grazie alle animazioni bossa nova e chillout degne dei Saint Etienne) di “The Friend I Once Had” o i gioielli twee come l’eponimo del 2001, ma persino l’electro-pop a tratti pacchiano dei più diretti predecessori: l’inizio della caduta, evidentemente, non certo il fondo del barile.

(02/03/2018)

  • Tracklist
  1. Swimming With The Tide   
  2. Breathe   
  3. Lost   
  4. Pacific   
  5. Got To Live   
  6. Fire   
  7. You've Got Heart   
  8. Touch You   
  9. Strange Reflection   
  10. Silence
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