CLUBZ

Destellos

2018 (CLUBZ) | chill wave, funky, synth pop

Ci sono pregiudizi che sono tremendamente difficili da superare, al punto da essere perpetuati persino da chi ne è inconsapevole vittima. In questo caso Coco Santos e Orlando Fernandez, ovvero i CLUBZ, da Monterrey, Messico, dichiarano di aver subito non poco l’imbarazzo per la lingua spagnola nella musica pop, nell’immaginario mainstream associata spesso a canzoni sdolcinate oppure a tamarrate latinoamericane più o meno impresentabili. Per questo motivo i due ritenevano che soltanto l’inglese potesse risultare credibile in un contesto rock-pop.

La svolta è arrivata dopo aver scoperto la new wave spagnola dei vari Nacha Pop, Radio Futura, Alaska y Dinarama, band che scrivevano canzoni sì classiche nella struttura, ma talmente belle da essere in grado di celebrare completamente la dolcezza della lingua spagnola, rendendo il prodotto finale non soltanto all’altezza dei modelli di riferimento inglesi, ma in tutto e per tutto un’alternativa peculiare e distinta.
Fa un po’ specie, però, pensare che i due messicani abbiano dovuto rivolgersi ai loro corrispettivi europei per scoprire la grandezza del rock in lingua spagnola, dal momento che il loro stesso paese (per non parlare del continente) ha prodotto formazioni straordinarie nel corso degli ultimi trent’anni. Tra le altre si devono citare almeno i Caifanes, celebri alfieri della new wave sudamericana, i Cafè Tacvba, geniali artigiani art-rock, oppure i più recenti Zoè, pregevole band indie-rock dalle sfumature shoegaze. Che il duo debba affrancarsi da un altro complesso di inferiorità, questa volta quello che vede l’America latina eternamente succube dell’Occidente europeo?

Ad ogni modo, la scena indie messicana pare attraversare un buon momento di forma, dal momento che, oltre ai CLUBZ, almeno un altro paio di formazioni nell’ultimo biennio ha prodotto risultati notevoli. Queste sono i Camilo Septimo, forse la miglior band di revival synth-pop/new romantic in circolazione (non solo in lingua spagnola), e i Little Jesus, folle e vertiginoso incontro tra funk, progressive rock e ballata spagnola.
La musica dei CLUBZ si trova più o meno al crocevia tra queste due proposte: prende infatti le atmosfere languide della disco e del synth-pop, comprese le suadenti voci in falsetto, e le accompagna a cervellotiche scansioni ritmiche, dominate da un basso funky possente e da batterie marziali. Altra componente preponderante di "Destellos" è la ripresa della corrente hypnagogic pop, soprattutto quella fatta di synth vaporosi e "grassi", memore degli esordi dei Neon Indian (pure loro di origine messicana). Tuttavia, se Alan Palomo amava fondere con attitudine da scuola d’arte una miriade di sintetizzatori in una sorta di muro di suono lo-fi da vecchio videogioco, i CLUBZ prediligono la nitidezza dell’intarsio e l’alta definizione, superando giustamente l’ideologia di un movimento nato ormai da almeno un decennio.

Tutte queste influenze sono manifeste nel singolo "Popscuro", laddove una melodia vocale non troppo distante da certe cose del Lucio Battisti di metà anni 70 (influenza casuale?) dona sensualità agli incastri complessi, quasi math, tra basso, batteria, chitarre e marimba. L’equilibrio è talmente delicato che basterebbero un paio di arrangiamenti fuori posto per farlo suonare come un pastrocchio improponibile, e invece tutto sta in piedi, dai tappeti di pad chill-wave al tema di synth solista che attacca al minuto 2' 21'', in pratica una versione soffusa degli inni dance à-la Martin Garrix. Quel che ne scaturisce è semplicemente una delle canzoni più originali pubblicate in un disco uscito quest’anno.
"Palmeras" è l’apripista, e per quanto privo delle dinamiche di "Popscuro", indovina una linea di basso micidiale che i Daft Punk stanno cercando invano dal 2001. I brani più propriamente glo-fi in scaletta presentano tutti specifiche ricercatezze: in "Afrika" le contaminazioni etniche della marimba creano un sognante gioco sinestetico, "El Rollo" è a metà strada tra Ariel Pink e Phoenix, mentre "Nagano", apparentemente più semplice, è anche la più delicata delle tre, grazie ai fraseggi di tastiera solista in odor di Giappone e alla splendida melodia vocale del romantico ritornello.

Il disco presenta una varietà timbrica non comune per il genere, e ciò è evidente tra le altre cose nelle frequenti incursioni di sassofono, che impreziosiscono sia le ballate che i midtempo come "Templos" (la sorella minore di "Time" di Mondo Grosso).
In un’epoca in cui gli artisti di tutto il mondo sembrano fare a gara nello sport dell’"allungo del brodo", vuoi per darsi un tono, vuoi per motivi economici (leggasi alla voce "sistema di royalties ridicolo di Spotify"), è sempre motivo di pregio imbattersi in dischi leggeri e compatti come questo, che in poco più di mezz’ora riescano a esprimere un’estetica definita.
Tuttavia, è ancora evidente, sia da alcuni passi falsi nella tracklist (su tutte l’insipida "Cailè") sia dalla tendenza all’evanescente che ogni tanto fa capolino, come la formula dei CLUBZ possa trovare una sua dimensione ancora più ambiziosa. Lo splendore cristallino di perle quali "Popscuro" e "Palmeras" lascia intendere che non manchi il talento affinché alla prossima pubblicazione si possa parlare non solo di ottimo disco, ma di capolavoro.

(29/10/2018)

  • Tracklist
  1. Palmeras
  2. Afrika
  3. El Rollo
  4. Réplica
  5. Nagano (feat. Ela Minus)
  6. Templos
  7. Caile (feat. Buscabulla)
  8. Jamz
  9. Popscuro
  10. Nota de voz
  11. Súper visión (feat. Girl Ultra)


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