Coral

Move Through The Dawn

2018 (Ignition) | soft-rock, power-pop

Da quando hanno ritrovato il filo del loro personalissimo discorso retro-musicale, i Coral non si sono più fermati. I curiosissimi Serpent Power - progetto del batterista Ian Skelly e del chitarrista Paul Molloy - hanno fatto uscire il proprio sophomore, "Electric Looneyland", nel dicembre dello scorso anno mentre appena due mesi prima il tastierista Nick Power, sin qui noto più che altro per le sue velleità di scrittore, aveva pubblicato un gioiellino di esordio solista, "Caravan". E ora, ad appena un paio di anni dal diretto predecessore, ecco la band principe ripresentarsi con un lavoro su lunga distanza nuovo di zecca, questo "Move Through The Dawn", che promette di essere l'esatto contrario dell'apprezzato "Distance Inbetween". La nota stampa in fondo lo dice chiaramente, citando riferimenti ai Seventies, al capolinea byrdsiano, alle produzioni spectoriane di Dion e Ramones o ipotetiche collaborazioni tra Jeff Lynne e i Beach Boys in ambasce dei primi anni Ottanta: "Abbiamo provato a tradurre in arte la tipica impressione di decadenza delle band che vanno in merda", ha dichiarato con ironica eloquenza il cantante James Skelly alla webzine londinese Gigwise.

Che i ragazzi del Merseyside si fossero già stancati dell'ombroso rock psichedelico proposto in ultima battuta era intuibile scrutando l'orrenda copertina di questa nuova fatica: un'aria di svacco generalizzato tra camicioni hawaiani, occhiali da sole a goccia e cappelli panama, lo stesso bolso look vacanziero che ci si aspetterebbe da un gruppo che scelga di rivisitare la malinconia soft-rock anni Settanta di marca Eagles, cosa che avviene con sconcertante puntualità già nei due titoli battistrada. Sound rotondo e rutilante, ariose armonie vocali, primato indiscusso ai refrain, scrittura sfrondata di ogni orpello in brani agili a guida di tastiera: una banalizzazione del proprio lungo percorso espressivo, in un certo senso, per quanto l'adesione a un'estetica ormai tramontata riesca sufficientemente sincera e convincente. Diretti e trionfalisti, i Coral esaltano la posa sorridente ma nostalgica in un album che suona come la celebrazione di estati assolate e remotissime, operazione nemmeno poi così dissimile da quella approntata dagli Arctic Monkeys di "Tranquillity Base Hotel & Casino", al netto dell'infezione narcisista e patinata che qui, grazie al cielo, risulta assente.

L'ipersemplificazione ha reso il quintetto inglese a tratti prevedibile e scolastico, per quanto la sua prospettiva incontaminata non fatichi mai a imporsi con qualche lampo di personalità o quel pop-rock di levatura superiore, salvando titoli come "Strangers In The Hollow" dall'incomodo dell'ordinarietà ed esaltando quelli più riusciti come la frugale ballad quasi alt-country "Eyes Of The Moon", in forza di un'epica marginale ma bellissima.
Non tutto funziona proprio a meraviglia, ma nell'insieme il disco scorre che è un piacere, impegnando poco in virtù delle sue epidermiche seduzioni e regalando più di un bel momento. In "Sweet Release" l'accattivante power-pop della casa cavalca suggestioni artificiose e un certo pauperismo a livello di forma, ma il risultato è ancora abbastanza micidiale se ci si limita a considerare la pura e semplice efficacia easy listening. Se non si vuole dar credito alle ombre che qua e là la musica suggerisce, l'inflessione tende al bonario e all'ottimistico senza suonare stucchevole, così che anche i riempitivi come "Undercover Of The Night" contribuiscano alla generica gradevolezza del disegno.

Se per lunghi tratti sembra di trovarsi dalle parti dei Fruit Bats di "Tripper" (con un solo fondamentale ingrediente in meno, l'incanto che preservava quelle canzoni dal puro esercizio di stile) o dei magnifici e crepuscolari Electric Soft Parade dell'Avventura Americana, i ragazzi recuperano scampoli della loro croccante classicità nei solchi di "She's A Runaway" e soprattutto con le chitarre asprigne della più agra "Outside My Window", pur senza tradire la nuova impronta sostanziale, sbarazzina e, al solito, profondamente dedita al revival. Dello stesso partito è anche "Stormbreaker", dove lo Skelley cantante recita con buona autorevolezza e opportuno piglio romantico, automatismi che a questo giro fanno davvero la gran parte del lavoro.
La chiusa acustica oligominerale di "After The Fair" funziona alla stessa maniera e riporta alla genuina franchezza di "Butterfly House", senza entusiasmare ma con quella confidenza che non dispiace e che è sempre confortante ritrovare in un nuovo lavoro dei cinque di Liverpool, indipendentemente dall'indirizzo sonoro.

(26/09/2018)

  • Tracklist
  1. Eyes Like Pearls
  2. Reaching Out For A Friend
  3. Sweet Release
  4. She's A Runaway
  5. Strangers In The Hollow
  6. Love Or Solution
  7. Eyes Of The Moon
  8. Undercover Of The Night
  9. Outside My Window
  10. Stormbreaker
  11. After The Fair
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