Cosmo

Cosmotronic

2018 (42records) | synth-pop, dance elettronica

Marco Jacopo Bianchi ha deciso ufficialmente di affondare il coltello nella piaga. Non felice della carriera notevole con i Drink To Me, che avevano portato una piacevole ventata funk-pop nel nostro paese a suon di Animal Collective. Insoddisfatto dell’esordio da solista, figurante come un ottimo esempio italico di neo-cantautorato elettronico (memore, certo, di Battiato, ma con una scrittura ben lontana dai trip lisergici e fin troppo legata alla quotidianità tediosa). Incerto sulla capacità di pezzi come “Le Voci” di colpire la massa di ascoltatori in fuga dalle solite banalità del mainstream italiano della vecchia generazione. Cosmo, volendolo chiamare con il suo altrettanto catchy e facile da ricordare nome d’arte, piuttosto che dare una rinfrescata al suo synth-pop con qualche nuovo testo orecchiabile e decadente, ha deciso di finire di smantellare lo scheletro del vecchiume italico da classifica con un disco davvero (ma dico davvero) al passo coi tempi.

Ricapitoliamo. La peculiare scrittura di Cosmo, quella fatta di allegorie, immagini, pause, cantilene e un sempre arguto utilizzo della parola “niente”, ne “L’Ultima Festa” era appesantita da un comparto sintetico ancorato fermamente a un electro-pop di stampo 90's, per intenderci quei ritmi dance-funk che resero celebri i Subsonica. Una pesantezza corrispondente a una lieve nota fuori posto in un quadro di liriche capaci di stupire e segnare. Tuttavia, quelle sonorità ormai note al grande pubblico, non furono una sconfitta, bensì un vantaggio che rese possibile al cantautore “anomalo” di raggiungere le radio nazionali e uscire dalla nicchia.

“Cosmotronic” non è solo electro-pop. È Cosmo che dice “Andiamo avanti”. Due dischi per una durata totale di oltre un’ora, che marciano con sicurezza attraverso techno, abstract-house, post-dubstep e dreambeat, con l’unica discriminante dai dischi dei generi appena nominati che “Cosmotronic” è e resta cantautorato, dunque le parole (anche se poche) contano. “Bentornato” dice il primo brano dell’album, e basta già per capire molto. Marco si lascia andare all’autobiografia in forma di flusso di coscienza: “Vorrei cantare bene al primo colpo/ Vorrei scrivere una canzone in un minuto/ Fare tutto in un unico concerto”. Si tratta del disvelamento esplicito dell’animo insicuro dell’artista, che non mancherà nei brani successivi di sottolineare la sua mancanza di “spocchia”, in direzione di un’umiltà più che evidente.
“Tutto Bene” è un piccolo tributo ai Röyksopp sul tema della morte, che fa da ponte tra la hit a base di cori in synth campionati “Sei La Mia Città” e le vibrazioni stranianti di “Tristan Zarra” (senza, per fortuna, macchiare la memoria del personaggio citato). Su quest’utlima, Cosmo non accetta compromessi, riuscendo a infilare in soli cinque minuti pantomime sonore che alternano ipnoticamente ritmi dance con sperimentalismi psych-elettronici (vagamente associabili a quella “Boys Latin” di Panda Bear), senza dimenticare un’incursione irriverente in quasi-rapping nel mezzo del brano per niente sgradevole.

I 4/4 regnano incontrastati nei brani dancefloor, ma senza opprimere o annoiare, anche grazie a intermezzi validi che spezzano il groove e rivalorizzano le liriche, sempre più simili a insalate di parole e sensazioni che a veri e propri versi. “Ho Vinto”, ad esempio, prende il largo con i ritmi house pulsanti di The Field, ma viene letteralmente interrotta a un tratto, per lasciare spazio a un ricordo di Cosmo che si dipana come in una seduta psicanalitica su un tessuto sonoro astratto, che potrebbe somigliare alle nuvole elettriche di Huerco S. “Ivrea Bagkok” è un remix minimalista di campionature tratte dal pop orientale su una fantasia di arpeggi in divenire, che sottrae terreno alla scrittura per alimentare la convinzione di trovarsi in prima fila per un viaggio nella coscienza dell’artista.
La techno viene accarezzata senza troppe pretese da “Attraverso lo Specchio”, per poi moderare i bassi verso scenari sognanti. Con “Barbara”, Cosmo gioca con la voce della madre, sovrapposta nel finale a una divagazione ispirata a Vangelis ("Blade Runner" balza immediatamente alla memoria), mentre “5 antimeridiane” attinge dai mondi perversi di Aphex Twin con distorsioni vocali disperse tra micro-sample che compongono i beat.

I momenti realmente cantautorali del disco passano per “L’Amore”, “Quando Ho Incontrato Te”, la suddetta “Sei La Mia Città”, gli ulteriori doppi sensi di “Animali”, per l’irresistibile retrogusto kitsch di “Turbo”. La differenza con i testi dei due album precedenti consiste nell’utilizzo differente delle immagini evocative e semplici che alcuni passaggi lirici non possono non richiamare: “Basta solo allargare le gambe/ Basta perdere l’identità/ Per diventare una goccia dentro al mare/” canta Marco, seguito da un brevissimo silenzio, per poi dare il via a una scarica di bassi ed enfatizzare ulteriormente il verso, imprimendo poche parole nella mente e nello stomaco.

Tenendosi lontano dalla Calcutta-mania, dall’It-pop e dalle degenerazioni dell’indie che non è indie, Cosmo continua la sua carriera indifferente e insicuro come sempre. Di certo apprezza il successo, ma non riesce a resistere dall’impulso di fare quel che gli piace; ed eccolo, dunque, a tirare fuori un “Cosmotronic” che importa con fierezza agli ascoltatori italiani Jamie XX e Palms Trax, conditi dalla scrittura sincretica a metà strada tra gli Amari e Gazzé che solo lui poteva firmare. Un terzo album che appare spensierato e scorrevole, ma sa nascondere interessanti innovazioni.

(14/01/2018)



  • Tracklist
  1. Bentornato
  2. Turbo
  3. Sei la mia città
  4. Tutto bene
  5. Tristan Zarra
  6. L’amore
  7. Animali
  8. Quando ho incontrato te
  9. Ho vinto
  10. Ivrea Bangkok
  11. Attraverso lo specchio
  12. Barbara
  13. La notte farà il resto
  14. 5 antimeridiane
  15. Tu non sei tu


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