Cowboy Junkies

All That Reckoning

2018 (Proper Records) | alt-country-blues

Quante volte, dopo un fugace ascolto, capita di accantonare album di valore, la cui unica pecca è solo quella di giungere a ridosso di piccoli gioiellini dal fascino imperituro? In alcuni casi, e per alcune categorie di artisti, questo può essere anche giustificabile, ma per molti altri questa superficialità impedisce di cogliere appieno il valore complessivo di un musicista. Evoluzione e innovazione non sono sempre sinonimi, ed è questa la ragion d’essere di molte uscite discografiche ritenute minori, tasselli qualitativamente diversi il cui valore oggettivo può essere ricavato solo dalla loro interconnessione logica.

Da quell’indimenticabile secondo album di trent’anni fa "The Trinity Session", i Cowboy Junkies hanno vissuto all'ombra di quel prezioso monolite folk-blues dall'arcano fascino e dall'intenso potere evocativo, pur mettendo a segno un poker di album successivi dignitosi e ricchi di spunti di interesse.
Eccezion fatta per "One Soul Now", tutta la produzione targata 2000 si è altresì contraddistinta per l'innegabile coerenza stilistica dei fratelli Timmins e del fedele compagno Alan Anton. Ed è in questa lunga sequenza di opere meritevoli, mai del tutto superflue, che si nascondono i germi di un album destinato a riportare in auge il nome dei Cowboy Junkies.

Difficile dire perché "All That Reckoning" suoni diverso da quanto proposto negli ultimi vent'anni dalla band canadese: forse è quella strana sensazione di amaro disincanto che è percepibile in ogni frammento dell'album, forse è perché l'aver sperimentato con i quattro capitoli di "The Nomad Series" ha infine regalato al gruppo un po’ di spavalderia e azzardo che sembravano smarriti.
Le undici tracce, pur senza rivoluzionare l'assetto stilistico, offrono un delizioso equilibrio tra malsane e vellutate ballate folk-blues e una serie di energiche e polverose rock song degne del Neil Young era “Rust Never Sleeps”. Il risultato è un album ammaliante e convincente, un evento alquanto raro per un gruppo in scena da oltre tre decadi.

Già dalle prime note di “All That Reckoning Part 1”, l’inquieto, spettrale e narcotico mood degli esordi riappare in tutto il suo ipnotico splendore, graziato da distorsioni sonore tanto dolci quanto corrosive. Ed è solo l’anticipo di quella che è indiscutibilmente la più bella canzone scritta dalla band dai tempi di “Trinity Session”: quando la voce di Margo Timmins in “When We Arrive” recita, “benvenuto nel mondo della dissoluzione”, sembra quasi che tutta l’angoscia dei tempi moderni crolli addosso all’ascoltatore, creando una catarsi che solo David Bowie o Robert Smith sono stati abili nel trasformare in musica con la stessa intensità.
Facile a questo punto lasciarsi trascinare da quello che segue senza più remore o perplessità. Coraggio e azzardo non mancano: il riff alla Velvet Underground di “The Things We Do To Each Other”, colorato da strane incursioni elettro-noise, il tumultuoso incrocio di riff rock-blues asciutti e nervosi come una jam session psichedelica di “Missing Children” e l’ossessivo refrain di “Nose Before Ear”, affogato in una calura emotiva che profuma d’amore e morte, sono quanto di più pungente e ambiguo la band abbia mai creato.
Non c’è dubbio che le motivazioni sociali, politiche e personali che sottendono le undici canzoni (una traduzione dei testi è necessaria) siano state di stimolo per Michael Timmins, qui alle prese con il campionario più efficace della sua carriera d’autore per la band canadese.

L’album scorre senza incertezze, tra insoliti pop-rock dal fascino immediato e accattivante (“Sing Me A Song”), romanticismi  d’antan che profumano di country (“Shining Teeth”), accordi sognanti e lunari (“Wooden Stairs”), stravaganze a suon di ukulele (“The Possessed”) e un inatteso guizzo avant-folk ("Mountain Stream"), che tramuta il caos delle chitarre distorte in un’imprudente ballata psych-blues minimale: un brano che, più di qualsiasi altro, rende esplicito il tumultuoso processo creativo, da ultimo sintetizzando in maniera egregia anni e anni di costante dedizione al primigenio blues, fonte vitale di tutto quello che oggi chiamiamo rock.

(26/08/2018)



  • Tracklist
  1. All That Reckoning Part 1
  2. When We Arrive
  3. The Things We Do to Each Other
  4. Wooden Stairs
  5. Sing Me A Song
  6. Mountain Stream
  7. Missing Children
  8. Shining Teeth
  9. Nose Before Ear
  10. All That Reckoning Part 2
  11. The Possessed




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