Daughters

You Won’t Get What You Want

2018 (Ipecac) | noise-rock, post-hardcore

Da individui poco avvezzi alla tribuna politica da bar, qualche tempo fa ci si chiedeva tra amici se la nuova, scellerata presidenza Usa avrebbe almeno partorito un “rinascimento” noise, come per la scena underground che ha infiammato il Michigan in epoca George W. Bush. È ancora presto per appurarne l’effettiva probabilità ma, a costo di sembrare pretestuosi, sembra che non ci fosse momento migliore per il rientro in scena di una tra le ultime glorie della post-hardcore statunitense, a lungo e pazientemente attesa al varco dagli irriducibili del settore.

Figli di Providence come H.P. Lovecraft e Brian Chippendale, i Daughters hanno scagliato invettive di furioso nichilismo nei due full-length per Hydra Head, passando dall’ipercinetico mathcore di “Hell Songs” (2006) al compromesso lizardiano dell’album omonimo (2010), al quale avrebbe fatto seguito un inatteso iato. Odierno debutto sulla Ipecac di Mike Patton, “You Won’t Get What You Want” mette avanti un titolo indisponente che sembra riconfermare gli attuali sentori d’oltreoceano: il sogno americano è definitivamente morto e sepolto, e quello che stiamo per ascoltare è il tetro afterparty del suo funerale.

Mai avuto mezze misure, i Daughters: l’impeto della loro granitica formazione d’assalto fuga immediatamente ogni dubbio sull’urgenza della reunion, già covata negli ultimi anni ma giunta solo ora al compimento in studio. La pulsazione Ebm dell’ingresso anticipa il primo in una serie di opprimenti scenari urbani ed esistenziali senza redenzione, delineati col vuoto distacco che già fu di Sightings e Wolf Eyes

This city is an empty glass
Words do not hear
No one sleeps
This city is an empty glass
Graciousness is lost
The betrayed yearn

Le ben note scariche di distorsioni e la sezione ritmica esagitata si ripresentano in una veste ancor meno levigata, dai contorni taglienti e al confine col versante electro-industrial. A ben vedere, fra le direttrici di una scrittura sempre spontanea e sanguigna, non si tratta più nemmeno di riff o temi ricorrenti, ma di sporche e sferraglianti paludi atonali chiuse in se stesse, pienamente allineate al pessimismo galoppante di Alexis Marshall, a tal punto che il suo sempiterno debito verso David Yow finisce col diventare del tutto secondario.
È il suo latrato minaccioso la controparte quantomai essenziale allo scurismo dell’implacabile tracklist, dallo stordente vicolo cieco di “Long Road, No Turns” (“The road is dark, the road is long/ Remember these are just the words to somebody else's songs/ So don’t play along, or play a part”) al tristo baratro spiraliforme nel quale “Satan In The Wait” ci sprofonda per sette minuti, e poi di nuovo a capofitto nel bieco rumorismo di “The Flammable Man” e “The Lords Song” – sprangate sui denti che hanno il sapore metallico dei cari vecchi Daughters di sempre.

Una relativa e momentanea tregua si presenta sotto forma di un altro notturno malsano e autoriferito (“Less Sex”), che con la successiva “Daughter” sfocia però nelle liriche più rivelatorie e apertamente allarmiste dell’album, possibile riconferma del clima disumano che lo avrebbe generato (“There's a war/ We're open mouthed in the deepest shit of all [...] The same dead hand knocking at the door”); a muso duro, invece, “The Reason They Hate Me” va di nuovo incontro alla più totale e misantropica avversione verso il prossimo (“Don't tell me how to do my job/ You gimmie-gimmie son of a bitch/ They got a name for people like you/ But I don't give a good goddamn to remember what it is”). Per arrivare al fondo (se c’è) del tunnel bisogna ancora superare il tour de force di “Ocean Song”, narrazione in prosa memore di “Don, Aman” ma stretta tra le fauci degli Swans di “Mother Of The World” e “Oxygen”.

Paul eases into the driveway, then kills the engine. Sitting for a spell, staring out the windshield, down the hood to the stalled garage door. “Nothing ever works around here.” [...] Body broken by nothing, he falls. Knocking over trashcans as he makes his way. Sprinting like some wild animal. A blur beneath the streetlamps. Overhead, a terror scream. Everything he has is within him.

Con l’iterazione del disperato grido “Let me in” i Daughters bussano con violenza inaudita alla porta delle nostre coscienze, apponendo una rovente saldatura al loro parto più feroce e inquietante: un regolamento di conti che lacera molto più a fondo della carne, contaminandoci con una visione orrida – eppure tragicamente lucida – sul tempo presente che stiamo subendo con complice passività.

(01/11/2018)

  • Tracklist
  1. City Song
  2. Long Road, No Turns
  3. Satan In The Wait
  4. The Flammable Man
  5. The Lords Song
  6. Less Sex
  7. Daughter
  8. The Reason They Hate Me
  9. Ocean Song
  10. Guest House
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