David Byrne

American Utopia

2018 (Nonesuch) | art-pop

Uno studio sull’animo americano si può fare soprattutto osservando gli enormi didietro delle automobili e la grande varietà e felicità di forme dei fari posteriori, che paiono esprimere tutti i miti della società americana. Oltre le enormi luci a faro rotonde, che si vedono spesso anche da noi e che evocano inseguimenti di gangster e polizia, ci sono forme a missile, a guglia di grattacielo, a occhioni di diva e il più completo catalogo di fantasie freudiane.
(Italo Calvino, Eremita a Parigi - Pagine autobiografiche, 1974)

Chi è davvero David Byrne? Per chi scrive, un uomo alienato eppur assolutamente dentro la realtà. Una strabiliante talking head, che, da oltre quattro decenni, riesce a fare della propria astrazione strumento di grande curiosità e mirabile creatività. Un antropologo, un etnomusicologo, un americano rapito dall’esotismo, un provocatore. Un genio. A distanza di quattordici anni da “Grown Backwards”, ultimo album solista del 2004, esce “American Utopia”, opera corale, concept nel quale gli ospiti non mancano, a partire dal sodale Brian Eno, che firma la gran parte delle tracce, insieme con Daniel Lopatin, aka Oneohtrix Point Never, per citarne solo alcuni.
L’idea è quella di realizzare un breve trattato su ciò che è l’America oggi, in preda ai postumi di un delirio di onnipotenza radicato nella storica vocazione al capitalismo, ridotta a patetica moda neo-liberista attraverso cui ostentare disperata vitalità per il tramite di un sistema socio-relazionale smagliato e abbarbicato al sogno di una materialistica auto-determinazione per tutti, distante anni luce dalla realtà di un profondo disagio, condito da nevrosi e, a tratti, psicosi. L’aspetto – tra gli altri – assolutamente interessante è il piglio con il quale Byrne racconta il palcoscenico sul quale questa farsa è messa in scena: grottesco, esilarante, coltissimo.

Venendo ai contenuti, l’album si apre con “I Dance Like This”, ballata cosmica, post-romantica e alienata, sospesa tra pianoforte nervoso à-la Radiohead, clangori lunari e cori alieni. “Everybody’s Coming My House” è “I Zimbra” in the city, la reincarnazione millennial delle fiere in preda al sabba del secolo scorso. “Every Day Is A Miracle” è come prendere i Matt Bianco di “More Than I Can Bear” e abbandonarli in un club sudamericano a jammare con gli autoctoni.
“This Is That”, composta da Daniel Lopatin, è un flusso di coscienza nel quale il tutto si riduce a un’impossibilità  - o a una mancanza di volontà – di nutrire una vaghezza concettuale: “This is when/ This is now/ This is that/ This is how/ This is what/ This is then/ This is where”, recitata come mantra a se stessi. In “Dog’s Mind”, nella quale torna, senza neanche troppi preamboli, l’interazione dolcemente elettronica con Eno, accade che gli uomini siano, a volte, come piccoli cani, carini e vanitosi, in preda a un vuoto ontologico impossibile da colmare.

“It’s Not Dark Up Here” è una provocazione nella quale la cumbia diventa il pretesto per mettere di fronte l’homo oeconomicus, fagocitato da bisogni ormai quaternari e, pertanto, suscettibili di una soddisfazione assai effimera, all’ineffabilità di un’essenza molteplice e sfuggente: “There's only one way to read a book/ And there's only one way to watch tv/ Well there's only one way to smell a flower/ But there's millions of ways to be free”.
“The Bullet” potrebbe essere una puntata apparentemente innocua di “Black Mirror”, girata in una foresta tropicale – di quelle che al Nostro piacciono tanto – nella quale un proiettile parlante colpisce un cuore il quale, tutto sommato ancora umanamente pulsante, ricorda baci e bugie non soltanto digitati: “The bullet went into him/ Through his heart with thoughts of you/ Where your kisses he inhaled/ The lies and the truth”.

“Here”, ancora scritta da Lopatin, chiude l’album con una cascata di effetti elettronici e voci da un Altrove interstellare che dilatano le percezioni spazio-temporali nel viaggio intrapsichico e psichedelico alla ricerca di una sfavillante ghiandola pineale, unità nella dualità, sintesi dialettica tra luce e ombra: “Here is an area of great confusion/ Here is a section that's extremely precise/ Here is an area that needs attention/ Here is a connection with the opposite side”.

America is waiting for a message of some sort or another. Takin it again. Again! Again!

(06/04/2018)

  • Tracklist
  1. I Dance Like This 
  2. Gasoline And Dirty Sheets 
  3. Every Day Is A Miracle 
  4. Dog's Mind
  5. This Is That 
  6. It's Not Dark Up Here 
  7. Bullet
  8. Doing The Right Thing 
  9. Everybody's Coming To My House 
  10. Here
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