Death Cab For Cutie

Thank You For Today

2018 (Atlantic) | indie-rock

Non sono solito dare un tono vagamente autobiografico alla recensione di un album, ma se esiste un'eccezione che possa strapparmi alla regola, tanto vale che la spenda per i Death Cab For Cutie. Che sono stati i cantori della mia, magari della nostra generazione, esattamente quando avevamo bisogno di qualcuno che desse forma e parole a quel groviglio agrodolce che è il passaggio dall'adolescenza all'età adulta. Era il 2003, usciva “Transatlanticism” e parlava di tutti noi: penso basti questo veloce preambolo per dire che, in definitiva, faccio fatica a mantenere una posizione neutra nei confronti di una band che sento in qualche modo “mia”.
Se invece volessi essere fino in fondo oggettivo, potrei dire che proprio per le cause contingenti in cui i Death Cab si sono plasmati e hanno fondato la loro poetica, sarebbe stato più onesto, diciamo pure più giusto, che i Nostri abbandonassero le scene nel momento stesso in cui avevano raggiunto il loro apice stilistico, quando erano ancora sufficientemente giovani – loro stessi, in primis – per essere ancora coerenti rispetto a ciò che declamavano.

Le cose, lo sappiamo tutti, sono finite diversamente. E qualche irriducibile obietterà che non è nemmeno andata così male. Ben Gibbard ha saputo mantenere una dignità artistica anche nella innegabile parabola discendente che ha colpito la band in questi anni Dieci, proprio lei che aveva incarnato lo spirito dell'indie-rock degli anni Zero. Come se, didascalicamente, bastasse voltare decennio per perdere di vista l'obiettivo. Loro, va detto, ce l'hanno messa tutta. Melodie raffinate ma spesso pallide, e comunque quasi gentili nel loro insinuarsi in testa; qualche variante stilistica; pure qualche tentativo ardito finito male. Questo hanno offerto i Death Cab For Cutie nei loro ultimi capitoli in studio, e sinceramente non può che essere poco, troppo poco, per chi si era formato alla scuola di “The Photo Album” o del già citato – e qui miliarizzato - “Transatlanticism”. Aggiungiamoci la partenza di Chris Walla, uno dei due comandanti da sempre a bordo della nave, e viene da chiedersi, più che legittimamente, che cosa dovrebbe spingerci ad ascoltare un nuovo album della band di Seattle. Se non il credito accumulato qualche lustro fa da Ben Gibbard, tutto sommato ancora in eccesso.

In quest'ottica, “Thank You For Today” si pone a metà del guado – ed è già qualcosa, se vogliamo. Lo sdoganamento dei synth, diretta conseguenza dell'addio di Walla, si enuncia fin dai primi secondi di “I Dreamt We Spoke Again”, uno dei precari tentativi di conciliare il passato e il presente con quel retrogusto new wave in più. Gli arpeggi sospesi in una cortina di malinconia in controluce di “Summer Years” non possono che rimandare ai Real Estate. Ancora più coraggioso, per i tipi di cui stiamo parlando, è il funk scanzonato di “Gold Rush”, di per sé quasi più Primal Scream – udite udite – degli ultimi Primal Scream stessi. Chi l'avrebbe mai detto?
Va ammesso che, a fronte di qualche passaggio più scialbo che mediocre (“Autumn Love”, “60 & Punk”, ma anche “Your Hurricane”, brutta copia di quelle love songs che un tempo facevano la parte del leone), qualche picco degno di nota c'è: se “When We Drive” potrebbe essere la continuazione narrativa di “Passenger Seat”, con il codone di malinconia e di brividi annessi e connessi che non può mancare, mentre le melodie di “Northern Lights” e “Near/Far” ci fanno riscoprire la penna appuntita di Gibbard. E noi, sempre fedeli eppure ormai miscredenti, che la credevamo dispersa tra qualche maglione sformato, o in mezzo a qualche pila di Dvd di vecchie serie televisive...

(04/09/2018)

  • Tracklist
  1. I Dreamt We Spoke Again
  2. Summer Years
  3. Gold Rush
  4. Your Hurricane
  5. When We Drive
  6. Autumn Love
  7. Northern Lights
  8. You Moved Away
  9. Near/Far
  10. 60 & Punk


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