Dedekind Cut

Tahoe

2018 (Kranky) | ambient

Il californiano Fred Welton Warmsley ha iniziato a produrre musica nel 2010, muovendosi in prima battuta nel collettivo hip-hop a espansione continua Pro Era in qualità di beatmaker dalle palesi inclinazioni jungle e d’n’b. Messa quasi subito da parte la propria vocazione per il groove a effetto e l’hip-hop strumentale, Warmsley ha in seguito rivolto il proprio sguardo verso una galassia sonora ben differente con il moniker Lee Bannon, scoprendosi artigiano ambient e modellatore sopraffino di partiture elettroniche dilatate, aderendo così alla famigliola della NON Worldwide assieme ai vari Yves Tumor - con il quale ha anche prodotto un mixtape nel 2016 sotto la sigla Trump$America - e Chino Amobi.

Una combriccola di musicisti tendenzialmente afroamericani e transgender con la quale Warmsley condivide la passione per l’ambient liquida, e un suono infinitamente pacifico che sembra fungere da contraltare alla chiassosa stupidità omofobica sparsa come letame negli States. Il primo album a nome Dedekind Cut - si pronuncia “dead-da-ken cut” -, sganciato nel 2016 e intitolato "$ucessor"- mostra la capacità del nostro di dare vita ad aperture solenni in scia Coil e commistioni elettroniche in Hd per alcuni aspetti prossime a quelle dell’amico Rabit; un esordio che gli garantirà preziosa “visibilità” negli spazi dedicati che contano, con voli continui tra New York e Berlino, grazie anche alla partecipazione di pezzi da novanta come Dj Shadow e Dominick Fernow.

Accettato l’invito della benemerita Kranky, Warmsley giunge ora al suo secondo album: “Tahoe”. Una sinergia inattesa, quella tra il musicista di Sacramento e l’etichetta di Chicago guidata da Bruce Adams e Joel Leoschke, che ha sorpreso un po’ tutti. Fin dal primo istante, resta alterata l’attitudine compositiva stracolma di stasi ambient, droni a dir poco radiosi, e svolazzi al synth dall’effetto benefico. Caratteristiche legate anche alla genesi dell’opera, dedicata al grande lago di acqua dolce Tahoe situato tra le montagne della Sierra Nevada, al confine tra California e Nevada. Un luogo caratteristico, altamente meditativo, che Warmsley sfrutta puntualmente per arricchire la propria spiritualità.

L’idea di fondere armonie post-new age, field recordings e una certa sacralità tibetana e gregoriana (“Hollow Heart”) funge inoltre da collante a una trama sonora mediamente delicatissima. Tracce come la title track evocano una pacatezza zen assoluta, dal fascino immediato. E il lento scorrere dell’acqua posto da tappeto al flusso estatico è solo uno dei tanti espedienti atti a evidenziare tale percorso.
Tuttavia, cotanta quietudine tende a riempire il vaso di noia in alcuni tratti specifici. Si prenda ad esempio la reiterazione in salsa new age di “The Crossing Guard”.
In buona sostanza, le parti migliori del lotto sono per l’appunto quelle in cui Warmsley tende a svegliarsi da una sonnolenza oltremodo forzata, come la lunga “MMXIX”: suite evocativa e sublime che tanto ricorda nella sua ripartizione hi-tech le recenti magiche alchimie dei Visible Cloaks. Un episodio che spicca e da affiancare alla meravigliosa “De-Civilization”, con il Brian Eno "rilassato" e totalizzante di “Another Green World” nel mirino. Della serie "soddisfatti ma non troppo".

(09/03/2018)

  • Tracklist

1. Equity
2. The Crossing Guard
3. Tahoe
4. MMXIX
5. De-Civilization
6. Spiral
7. Hollow Earth
8. Virtues

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