Dirtmusic

Bu Bir Ruya

2018 (Glitterbeat) | world music, etno-rock

Don't you know the world is getting smaller?

In un mondo "sempre più piccolo", i Dirtmusic sono partiti dalla loro base slovena nel 2007 e, a distanza di dieci anni, si ritrovano a registrare il loro quinto album in Turchia. D'altronde, la band americo-australiana dei chitarristi Chris Eckman (Walkabouts) e Hugo Race (Birthday Party, Bad Seeds), nata come un trio blues assieme a Chris Brokaw (Codeine), fin dalle sue origini si è sempre dichiarata aperta a nuove contaminazioni. Se il viaggio in Mali dei primi anni Dieci aveva pesantemente influenzato i loro ultimi tre dischi - "BKO" (2010), "Troubles" (2013) e "Lion City" (2014) - ora il duo ha intrapreso un percorso ancora più ampio. Per il nuovo progetto in terra anatolica, Eckman e Race hanno infatti chiamato a raccolta anche il sazista Murat Ertel, leggendaria figura del gruppo psych-dub dei Baba Zula, e il percussionista Umit Adakale, al fine di produrre una musica poliedrica e cinematografica, lontana da qualsiasi univoca definizione.

Le sette tracce che compongono "Bu Bir Ruya" lasciano così un po' da parte il nomadismo blues degli esordi a favore di atmosfere più elettroniche e oscure, anche grazie alle precarie condizioni politiche di Istanbul al momento delle registrazioni. Le prime sessioni hanno infatti luogo nel 2016, proprio quando una parte dell'esercito tenta di rovesciare il governo del presidente Erdogan. Il disco coglie l'angoscia e le vite spezzate non soltanto del popolo turco, ma anche di tutti quei paesi africani la cui popolazione è costretta alla fuga quotidiana da una guerra civile. Se tanti sono riusciti a scappare, molti sono rimasti in quel limbo di disperazione e incertezze ed è proprio a queste persone che sembra fare riferimento l'album dei Dirtmusic. Se si riflette, è un rovesciamento dei punti di vista di certo non banale: il problema dei rifugiati viene infatti qui trattato attraverso racconti in prima persona, da una prospettiva non occidentale. I confini vengono vissuti non solo come una barriera tra luoghi e persone, ma anche come un ostacolo insormontabile verso un futuro di possibile speranza.

Già il multiforme dub-blues di "Bi De Sen Söyle" porta in musica l'imponente e severa bellezza dell'architettura ottomana, facendo tremare l'ascoltatore con la preghiera di Hugo Race alla dignità umana, scandita con voce possente e tormentata ("So many others are just like me, did i lose my identity?/ so many like me, did i lose my dignity?")Tra chitarre desertiche e percussioni tribali, il saz di Ertel e la voce dell'ospite Brenna Mac Crimmon affiorano come i lamenti di chi freme per uscire dal limbo. L'ansia assume poi le sembianze di una cavalcata post-funk nella ipnotica "The Border Crossing", il cui testo viene recitato in un visionario spoken word ("Don't you know the world is getting smaller/ I need you to help to get across the border").

Le registrazioni, eseguite in un
 garage adibito a studio nei sobborghi di Istanbul, conferiscono ai brani un sound piuttosto claustrofobico, con un eclettico pattern ritmico (composto dagli strumenti percussivi più vari: davul, darbuka, bendir e kalimba) che sembrano volere abbattere ogni muro geografico e musicale. È questo il caso dello psichedelico afro-beat di "Go The Distance", con la voce melodiosa di Eckman che ci offre uno spiraglio di luce fra le chitarre elettriche. Altrove, invece, le ritmiche si fanno più lente, come nell'incantesimo esotico di "Love Is A Foreign Country", arricchita dalla voce suadente di Gaye Su Akyol, che precede la rabbia etno-dark di "Safety In Numbers", pronta a esplodere definitivamente nel suo risoluto refrain ("If we can all resist/ we can be released”).

Le ultime due tracce - "Outrage" e "Bur Bir Ruya" - vedono infine la collaborazione di Gorkem Sen e della sua personale invenzione: si tratta dello yaybahar, ingombrante strumento a corde che produce un suono dal riverbero elettronico e apocalittico. In particolare, la title track (traducibile in "questo è un sogno") offre un'inaspettata chiusura sperimentale all'album, con suoni nefasti e campionamenti vocali che si lasciano alle spalle ogni groove ballabile, accentuando in tal modo la desolazione e la solitudine.
La colonna sonora dei rifugiati non poteva che concludersi così: dal Bosforo, i Dirtmusic non ci offrono fantasiose soluzioni politiche, ma uno straordinario disco carico di empatia e sensibilità.

(07/02/2018)



  • Tracklist
  1. Bi De Sen Söyle
  2. The Border Crossing
  3. Go The Distance
  4. Love Is A Foreign Country
  5. Safety In Numbers
  6. Outrage
  7. Bu Bir Ruya


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