Dolphin

442

2018 (M2ba) | post-punk, math rock, industrial rock, poetry

Andrej Lysikov, in arte Dolphin, è il più importante musicista russo dei nostri tempi, almeno per quanto riguarda il circuito alternativo.
La sua carriera consiste in una continua evoluzione artistica, compiuta spesso portando avanti in contemporanea progetti in apparenza inconciliabili. Durante la prima metà degli anni Novanta militò per esempio nei Mal’chishnik, trio pop-rap indirizzato al pubblico più giovane, gestendo nel frattempo band come i Dubovy Gaay e i Mishiny Del'finy, con cui propose album di musica rock abrasiva e sperimentale, estranei a ogni logica commerciale.
Nel 1997 li mise tutti a riposo e decise di intraprendere la carriera da solista e da allora ha pubblicato, in media, un album ogni paio d’anni. Questo “442” è il decimo.
Terminato il sodalizio col chitarrista Pavel Dodonov, insieme a cui aveva firmato i suoi dischi migliori, Lysikov si reinventa chiamando a sé giovani talenti quali Vasily Yakovlev (batteria) e Igor Babko (chitarra). Gestendo in prima persona la parte elettronica, crea un rock alternativo dal suono scarno, spigoloso, basato sul preciso incastro di riff e ritmiche con tendenza math. Il cambio non è forse radicale rispetto ai tempi di Dodonov, data la mantenuta abrasività dei timbri, ma è comunque netto: le ritmiche erano un tempo più semplici e ripetitive, mentre la chitarra si lasciava andare a divagazioni in forma libera, vicine al noise-rock. Oggi le parti si sono quasi invertite, con la batteria capace di impennate e scossoni, mentre la chitarra viaggia schematica all’interno dei groove.
 
È uno dei lavori più brevi mai pubblicati da Lysikov, neanche trentadue minuti, per sole sette canzoni. I testi sono i più politici che l’artista abbia mai scritto, per sua stessa ammissione, per quanto non conceda interpretazioni ulteriori rispetto a quelli che, a suo dire, sono messaggi piuttosto chiari, impossibili da confondere. Verrebbe da aggiungere, anche piuttosto coraggiosi considerando la precarietà della libertà d’espressione che vige al momento in Russia, e in generale la durezza a cui vanno incontro le voci contrarie alla classe dirigente e alle istituzioni di quella che è di fatto una democrazia illiberale. 
Può anche darsi che Lysikov non concordi con l’analisi unanime che gli analisti occidentali danno della sua Russia. Magari anche lui è interessato da quel meccanismo psicologico ben riconosciuto, che porta un cittadino a criticare il proprio paese e la sua gestione, ma a difenderli quando le critiche vengono da oltreconfine. Purtuttavia, è indubbio che lui quei messaggi, pur senza fare nomi e cognomi, li abbia lanciati e con veemenza.
 
Il video del singolo “520”, per esempio, è esemplare al riguardo, con Lysikov che fa il verso a Vladimir Putin mediante severe inquadrature a mezzo busto, alternandosi a immagini di guerriglia urbana e disordini. Le parole che sovrastano il violento groove di chitarra e batteria fanno ricorso a metafore tenui, traducibili senza alcuno sforzo letterario: “Ci viene detto , ma siamo più complicati, sembra. Sopravviveremo a noi stessi, soffermandoci l’uno nella memoria dell’altro. I nomi bruceranno nei venti del sud della Crimea. Superiamo l’infanzia della tolleranza*, impareremo che il nero può non essere opposto al bianco.”
(*La traduzione è letterale, lo si deve probabilmente intendere come un invito a scavalcare una tolleranza di facciata e ad abbracciare più convintamente quel valore).
 Ancor più stupefacente, visto quanto pervasivamente la chiesa ortodossa permea le società dell’Europa dell’Est, è “713”. Dopo aver declamato una serie di lodi allo splendore di Dio, e a quanto l’uomo gli sia riconoscente per il creato, Lysikov lo accusa (accusando per suo tramite il potere politico della religione): “Ridi con l’oscurità dei tuoi denti**, ridi delle persone, ma se nessuna di esse avrà fede in te, non rimarrai più in nessun luogo”. 
(**Immagine che indica, presumibilmente, una bocca spalancata).
 
Le canzoni continuano a non essere di semplice fruizione, perché Dolphin rimane pur sempre il progetto di un artista che si considera poeta tanto quanto musicista. Alcune sue opere passate nascevano dal dichiarato intento di non avere struttura melodica definita, che avrebbe rischiato di distogliere dal messaggio e dalle parole. Questo nuovo album è meno radicale in tal senso: certo Lysikov continua nella maggior parte dei brani a declamare, a recitar-intonando, a sputare parole con cadenza marziale. Senza mai tornare davvero al rap che pure in passato esercitò con perfetta padronanza del mezzo, ma soltanto accennando melodie veramente orecchiabili. Tuttavia, a trascinare l’ascoltatore ci pensano le parti strumentali, più impetuose e strutturate rispetto ai lavori immediatamente precedenti. 
Ecco allora i rimasugli shoegaze di “713”, il marziale industrial-rock di “744”, il minimalismo sintetico di “925”, il post-rock ipnotico di “612”, e la conclusiva “387”, che sembra un po’ riunire tutte le varie istanze in quattro minuti scarsi di perfezione formale.
 
“442” non riuscirà forse a bissare l’impatto culturale che ebbe nel 2004 “Звезда” (“Zvezda”, ossia “stella”), ma si piazza di certo fra i migliori album di Dolphin, e più in generale di Lysikov. Non è poco, considerando che parliamo di una carriera che prosegue, rigogliosa, da circa venticinque anni. 

(08/12/2018)

  • Tracklist
  1. 520
  2. 660
  3. 744
  4. 713
  5. 925
  6. 612
  7. 387


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