Eleanor Friedberger

Rebound

2018 (Frenchkiss Records) | alt-pop

Chi non cambia è solo il saggio più elevato o lo sciocco più ignorante
(Confucio)

In questa massima, è probabilmente racchiusa la chiave di lettura per poter comprendere quali siano le premesse dell’ennesimo schiaffo stilistico e creativo al glorioso passato da parte di Eleanor Friedberger, donna che della saggezza non ha mai fatto in verità uso (per fortuna) ed è ben lontana dall’essere sciocca.

L’ammaliante mix blues-psych-rock acre e dissonante, a base di Captain Beefheart, Wire e Velvet Underground, messo a punto agli albori del nuovo millennio con il fratello Matthew nei Fiery Furnaces è ormai un ricordo lontano.
Le chitarre sono state sostituite da un arsenale elettronico che ha modificato le coordinate sonore, alla malinconia del blues è subentrato una tristezza che evoca la fragilità e la solitudine dei tempi moderni. Quanto questo possa suonare meno rivoluzionario, e per certi versi banale, è dunque un'opinione legata all’estetica della nuova proposta della Friedberger, perché i presupposti sono gli stessi che hanno dato vita a gioiellini come “Blueberry Boat” e “Bitter Tea”.

L’unica colpa che si può accreditare alla musicista americana è di non aver creduto da subito in questo rinnovamento stilistico, rimandando a questo quarto capitolo quella visione più ampia e culturalmente ben radicata che offre finalmente alle sonorità elettro-pop e vagamente retrò un centro gravitazionale intorno al quale costruire la nuova identità.
L’ispirazione goth-dance, catturata durante il soggiorno in Grecia (anno 2016 per la cronaca), e il delicato equilibrio tra malinconia e umorismo conferiscono a “Rebound” un sapore agrodolce che coniuga Eurythmics e Fleetwood Mac, senza farsi sopraffare da quel senso di colpa che fino ad ora impediva all’artista di saltare il fosso.

Persi per strada tutti gli ex-fan dei tempi passati, Eleanor Friedberger gioca con la leggerezza e una tastiera Casio, catturando la disillusione di una generazione cresciuta a pane e indie-rock, e infine arenatasi nelle braccia dell’anti-rivoluzione pop.
Il passaggio è quello che dalla letteratura porta alla poesia, con una semplificazione che può risultare superficiale e che invece nasconde una consapevolezza per alcuni versi perfino più amara e dolorosa.
Lungi da me voler convincere coloro che troveranno questo disco troppo furbo, o nel migliore dei casi piacevolmente banale, anzi a essere onesto a un primo ascolto l’ho trovato leggermente irritante, prima di essere catturato da un'inquietudine che ha infine svelato la natura più profonda delle canzoni di “Rebound”. E’ infatti la prima volta che più di una canzone della musicista americana riesce a raggiungere un’autonomia lirica e armonica, tale da non relegarla a inutile compendio o riempitivo di un album tenuto insieme solo dalle ombre del passato.

E’ un vero inno pop, il singolo “In Between Stars”, un accattivante pezzo disco-wave che fa della decomposizione di armonia e d’atmosfera il suo punto di forza, con break continui di voci e chitarre che certificano il brano come il più immediato ma anche il più eccentrico.
Che dire poi della serpeggiante sensualità di “The Letter”, che in un sol attimo mette insieme i Cars di “Drive” i Roxy Music di “Avalon” e i Fleetwood Mac di “Sara”, o del glam-pop-disco dondolante ed elegante di “Make Me A Song” (deliziato da taglienti accordi di chitarra), senza poi sottovalutare l’apparentemente innocua cantilena dell’enigmatica “It’s Hard”.
La leggerezza e l’euforia, che scaturiscono dalla nuova veste sonora dell’artista americana, offrono ovviamente più di un punto debole, tipico di tutti quegli album pop che solo il passar del tempo ha poi rivalutato nella loro interezza. Senza dubbio la prevedibilità di episodi come “Showy Early Spring” e “Are We Good?” resta comunque indifendibile, ma quante canzoni inutili hanno fatto parte di capolavori del passato acquisendo alfine una pur minima dignità? D’altro canto la compostezza della cinematica e quasi noir “My Jesus Phase”, l’urgenza elegante e armonicamente euforica di “Everything” e il mood alla “Total Control” dei Motels della seducente “Nice To Be Nowhere” non lasciano dubbi sulle reali intenzioni della Friedberger, ovvero riappropriarsi della forza comunicativa della musica e in particolare del pop.

Nessun compromesso, quindi, per “Rebound”, un album che festeggia la scomparsa della vecchia Eleanor e ne saluta la rinascita (“Rule Of Action”), conciliando la recente passione dell’artista per la musica degli Stereolab e l’inedito riscontro di pubblico ottenuto in Grecia nelle esibizioni al Rebound (locale di Atene).
Eleanor Friedberger ha ritrovato il piacere di fare musica senza prendersi troppo sul serio, ma nonostante l’allegria imperante, “Rebound” è l’album della solitudine e del’isolamento generazionale contemporaneo, un distonico collage moderno di luoghi comuni e riflessioni personali che merita attenzione.

(07/07/2018)



  • Tracklist
  1. My Jesus Phase     
  2. The Letter     
  3. Everything     
  4. In Between Stars     
  5. Make Me A Song     
  6. Nice To Be Nowhere     
  7. It's Hard     
  8. Are We Good?     
  9. Showy Early Spring     
  10. Rule Of Action






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