Elysia Crampton

Elysia Crampton

2018 (Break World) | elettronica, sound-collage

Prima di ogni altra considerazione, di ogni possibile spunto di riflessione, è bene avviare il brevissimo quarto album di Elysia Crampton e concentrarsi sul modo in cui questo inizia. Vero è che l'artista boliviana non è mai stata prona a indorare la pillola o ad ammansire i tratti della sua complessa architettura musi-filosofica, a questo giro però ogni desiderio di conciliazione viene semplicemente messo da parte. È così che in “Nativity” si viene catapultati immediatamente nel mezzo dell'azione, senza alcun preavviso, tra smorfie vocali super-trattate e un apparato percussivo che guarda al ricco retaggio culturale andino. Nell'arco di neanche trenta secondi si dispiega l'intero universo concettuale, espressivo ed emotivo della pensatrice e compositrice amerindia.  

Qui risiede la forza dell'arte di Crampton, capace di coniugare una notevole abilità di sintesi a una galassia di riflessioni e spunti, che trae le mosse dalla profonda ricchezza culturale del continente sudamericano e la risputa in un personalissimo mélange elettronico, severo e selvaggio allo stesso tempo. Prendendo stimolo da concetti insiti nella cultura aymara come il taypi (una sorta di asimmetria nello spazio/tempo che porta alla coesistenza del noto e dell'ignoto), e il pachakuti (il sovvertimento delle gerarchie di potere), i diciannove minuti di questo quarto album omonimo costituiscono la summa più convinta ed eclatante dell'intera poetica della boliviana, a suo modo un'attestazione di piena maturità espressiva. Considerata la rapidità realizzativa della producer, questo è un traguardo da non sottovalutare.

Tesa ad armonizzare significato e significante in un pacchetto che tradisce le intenzioni dell'artista senza alcuna necessità di spiegazioni aggiuntive, “Elysia Crampton” è la sublimazione delle esplorazioni teoriche della musicista, in un pacchetto di brani che ne esalta ogni singola sfaccettatura. È così che quell'annullamento di ogni successione temporale derivante dal taypi si riflette nella fusione di passato, presente e addirittura futuro in un senso di circolarità che porta i passi ritmici delle sue terre a incontrarsi con le più drammatiche tecniche di cut and paste e le dinamiche dell'elettronica da club contemporanea.
La ciclicità non si ripercuote soltanto a livello della scansione temporale, ma avvolge come un guanto l'intero progetto, diventandone una seconda pelle. Frammenti strumentali, espedienti ritmici e bizzarrie campionate sono materia tranquillamente interscambiabile, elementi che possono corredare più brani allo stesso tempo, adattarsi a moventi e suggestioni diversi, per quanto appartenenti a uno stesso trait d'union concettuale. A prescindere da come si manifestano, il loro utilizzo così diffuso pare quasi insomma volerne sancire una sorta di eternità, di permanenza che trascende ogni criterio temporale o fisiologico cambio di passo, lasciando dialogare l'indialogabile con assoluta integrità.

Non si prenda comunque l'impalcatura del disco come un fattore limitante, dacché ogni possibile ripetitività viene sventata da un utilizzo accurato dei moduli e delle possibilità comunicative, che forniscono a ogni pezzo una sua identità specifica, intesa anche come collegamento con tutto quanto la circonda. Proprio in virtù di questo gioco tra singolare e universale, tra specifico e generico, Crampton concepisce i suoi momenti più memorabili, che si fanno carico del messaggio senza doverlo sbandierare scopertamente.
Dalle incandescenze simil-gotiche di “Pachuyma”, in cui un motivo ascendente di organo dà corpo a una spettrale parata indigena (come quelle rivoluzionate da grandi figure transgender come Ofelia Espinoza, a cui l'opera è dedicata) si succedono quindi ai vibranti tracciati di “Oscollo”, la cui folktronica atmosferica rende il confronto a-epocale più pregnante e convinto che mai. Le riflessioni sull'impatto della cultura indigena a livello di presente e futuro, nonché del contributo diacronico delle minoranze, trovano poi adito nelle frastagliate fantasie electro-andine di “Solilunita”, in cui il potente impianto percussivo rifugge ogni forma di minimalismo.

Se “Orion Song” prova quasi a fornire qualche attimo di distensione (non prima di aver spinto verso una direzione da dance ricca di elementi tradizionali), ci pensa “Moscow” a riempire nuovamente tutto lo spazio a disposizione, demolendo con passo marziale ogni forma di rilassamento sensoriale, per un'interpretazione ancor più minacciosa del tema alla base dell'album. Nell'arco di un battito di ciglia, Elysia Crampton ha concepito il suo lavoro più denso e suggestivo, privo forse degli oltraggi stilistici di un “Demon City” o del più selvaggio “Spots Y Escupitayo”, non meno avventuroso, però, nelle dinamiche e nella composizione tematica. Sempre più consapevole di ogni aspetto riguardante la propria poetica, l'artista boliviana continua ad abbinare personalità concettuale e fascino di fruizione come pochissimi altri. Ben pochi hanno saputo svelare un mondo di possibilità nell'arco di un formato così contenuto.

(23/05/2018)

  • Tracklist
  1. Nativity
  2. Solilunita
  3. Oscollo
  4. Pachuyma
  5. Orion Song
  6. Moscow (Mariposa Voladora)


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