Ezra Furman

Transangelic Exodus

2018 (Bella Union) | art-rock

I’m in love with an angel
and a government is after us
and we have to leave home
because angels are illegal

Oh, ecco che tagliano il traguardo, nell’ordine, il rientrante Ezra Furman, il chiacchiericcio che da sempre lo tallona e la tanta carne al fuoco che ogni sua nuova fatica porta con sé, immancabilmente. Dopo la pubblicazione di “Perpetual Motion People” nell’estate 2015, lui e i compagni si sono spesi in un autentico tour de force dal vivo, prima di cambiare l’intestazione alla backing-band da The Boyfriends a The Visions. Il cantante ha quindi assecondato il titolo del suo terzo album con uno schizofrenico doppio trasloco da Oakland alla natia Chicago e ritorno in California, a Berkeley. Nelle sue costanti peregrinazioni ha trovato anche il tempo per far uscire un paio di Ep nel corso del 2016, le nuove riletture di “Songs By Others” e quel “Big Fugitive Life” che, almeno in chiave tematica, parrebbe aver anticipato il nuovo lavoro su lunga distanza. “Transangelic Exodus”, questo il titolo, è stato registrato come i tre precedenti dal sassofonista del gruppo, Tim Sandusky, nel suo studio in Illinois, complici i fidati Jorgen Jorgensen (basso e violoncello), Ben Joseph (tastiere, chitarra) e Sam Durkes (batteria e percussioni).

A mezza costa tra il racconto di un amore contrastato stile “Romeo e Giulietta” e una sgangherata avventura on the road (tra “Thelma & Louise” e “Cuore Selvaggio”), l’autore ha ricusato per il suo ultimo disco l’etichetta di concept in senso stretto, preferendo descriverlo come un romanzo (A queer outlaw saga), o un assemblaggio di storie a tema, in parte fiction in parte memoriale autografo, ma anche una sorta di testimonianza su un periodo storico segnato a fondo da un rinnovato oscurantismo, con rigurgiti di intolleranza che la nuova amministrazione americana ha in parte accreditato e che per Furman non possono che rappresentare un incubo che ritorna.

In un’opera che si affanna a promuovere una pur caotica istanza di cambiamento – sociale, politico o espressivo, tutto fa brodo – appare davvero pesante l’ispirazione, per stile e argomenti, dal Lou Reed introspettivo di “Street Hassle” e “Growing Up in Public”, e questo senza dimenticare che il Nostro ha da poco dato alle stampe anche un libro su “Transformer”. “Ha preso una specie di albo da colorare musicale”, ha scritto il critico di Musicohm.com, e ha dato libero sfogo alla sua vena più selvaggia, sperimentando e colorando fuori dai bordi”. L’immagine è illuminante. Ma la drammatica sceneggiatura sonora che intreccia i tredici frammenti della vicenda riecheggia anche diversi altri maestri, dal Bruce Springsteen di “Born To Run” (nell’apertura di “Suck The Blood From My Wound”) all’eterno scapigliato Jonathan Richman (“No Place”), e dai venerati Velvet Underground a Tom Waits, dalla cui discarica vengono qua e là ripescati decori strapazzati e ritmiche pencolanti.

“Sono innamorato di un angelo ma le autorità ci stanno dando la caccia e dobbiamo abbandonare la nostra casa, perché gli angeli sono illegali”: questa la linea narrativa del disco suggerita da Furman nella nota stampa. E seguiamola, dunque, la fuga a rotta di collo della coppia, a partire dall’ospedale in cui la creatura amata si era sottoposta a un intervento per liberare la propria natura angelicata, e dove risuona come una maledizione il celebre anatema del Mercuzio morente, “la peste su entrambe le vostre casate”. Il consueto sound rock’n’roll, rude e retrò, esce trasfigurato da un trattamento che ne lacera e sfrangia la norma in un tramestio sommerso, stilizzato, torbido, malsano. Il tenore di Ezra, ruvido come una fiamma ossidrica, vi impazza a piacimento, senza requie. La corsa sui viali losangelini che segue – strappate le bende dalle ali spezzate e coperto di sangue il sedile del passeggero di un’appariscente Camaro rossa – appare non meno tormentata ed esalta l’intimo crepuscolo di una personalità sospesa tra grazia e miseria. Le sonorità cupe ed estatiche a un tempo accentuano la portata di questa frattura forse insanabile.

Disadorno e consumato dal lo-fi, il songwriting dell’artista chicagoano mima in “God Lifts Up The Lowly” (così come, più avanti, nella grigia desolazione di “Compulsive Liar” o nello spoken word rinunciatario di “Peel My Orange Every Morning”) il disagio fisico e mentale dei suoi protagonisti, il pallore dell’anima e il disorientamento di chi si trovi “come in una casa in fiamme”, prima che una litania cantata in ebraico auspichi per i propri persecutori il più consono dei castighi. Il mood torna quindi a farsi ferocemente risentito anche con l’illuminante “No Place”, nelle rimostranze di chi venga iniquamente considerato fuori luogo, un’aberrazione vivente che si vorrebbe sanare o cancellare.
Per non smentirsi, l’interpretazione si conferma rauca, nervosa, riflesso di un’indole ferita quando non proprio avvelenata. Lo sprofondo, ad ogni modo è scongiurato: la tensione tutta chiaroscuri tra abisso terreno e aspirazioni celesti riprende infatti già in “The Great Unknown”, con un accento che può ricordare l’altro modello, Rufus Wainwright, in una prospettiva di necessario sradicamento che promette di essere tanto dolorosa quanto catartica.

Uno dei brani chiave è però quello con l’intestazione più sbarazzina, “Maraschino-Red Dress $8.99 At Goodwill”, dove un vestito a buon mercato si fa carico di rappresentare per il cantore e il suo eroe un’epifania identitaria senza eguali, la rivelazione che sbugiarda il mito secolare della mascolinità yankee e nel contempo riaggancia idealmente “Transangelic Exodus” alla marezzata vitalità pop del più diretto predecessore (senza smentire peraltro l’intonazione paranoica che, a questo giro, continua a tenere banco). Il dream-pop di ieri risulta adesso scartavetrato, l’estasi sunshine è più che altro una cicatrice e lo scorrere armonico riesce sconnesso, disastrato, insudiciato da ogni sorta di detrito (“From A Beach House”). Altro evidente collegamento col passato è offerto dallo smaliziato bubblegum del singolo “Love You So Bad”, che pure non si preoccupa di nascondere le tracce della recente infezione o di una sfiducia evidentemente profonda.

Il rifugio, l’opportunità di un riscatto, possono venire solo dall’accettazione di sé e della propria fluida natura fuori catalogo, ma anche da una fede che non deve più temere di manifestarsi. “Credo in Dio”, canta Ezra nel blues dalle meste fragranze iberiche di “Come Here Get Away From Me”, il brano che più di tutti gli altri serve da megafono all’orgoglio, e una fragile eco è offerta dalla non meno spirituale “Psalm 151”. Esprimere l'urgenza di questa fuga metaforica equivale per l’artista a mettere la sordina a una vergogna ancora condivisa, laddove servirebbe in risposta una gioia incontenibile e davvero sovversiva. Che manca, tuttavia, anche in questo disco così sincero. Furman è ben consapevole del cartellino del prezzo allegato alla sua libertà, un costo che sarà sempre troppo elevato quando si insista a farla rimare con “clandestinità”.

Così manca il passaggio davvero liberatorio, le ali dell’angelo restano sempre imbrattate dalla melma lurida della realtà come quelle dei (falsi) cormorani nel Golfo Persico del 1991. Non basta un finale che ritrova quel po’ di frivolezza sul filo di lana ma rimane consolatorio solo fino a un certo punto. Né potrà dirsi più preziosa, forse, la suggestione di una follia cui si ceda un po’ alla volta, una debolezza che sarà anche in grado di affrancare ma non consegna certo questo disco, e noi con esso, a un lieto fine che non c’è.

(24/02/2018)

  • Tracklist
  1. Suck The Blood From My Wound   
  2. Driving Down To L.A   
  3. God Lifts Up The Lowly   
  4. No Place   
  5. The Great Unknown   
  6. Compulsive Liar   
  7. Maraschino-Red Dress $8.99 At Goodwill   
  8. From A Beach House   
  9. Love You So Bad   
  10. Come Here Get Away From Me   
  11. Peel My Orange Every Morning   
  12. Psalm 151    
  13. I Lost My Innocence
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