Field Music

Open Here

2018 (Memphis Industries) | pop-prog

A furia di citare gli Xtc in occasione di ogni parto discografico, il destino dei fratelli Brewis sembra seguire in parte le stesse sorti del gruppo di Swindon. Le timide incursioni nella classifica inglese e il flebile seguito al di fuori dei patri confini rappresentano infatti un risultato esiguo per un gruppo che ha ridato lustro al termine pop.
Con uno stile poco incline alle semplificazioni chitarristiche di molte band britpop, i Field Music hanno rovistato intelligentemente nel patrimonio ritmico dei Talking Heads, nell’estetica perfetta e mai eccessiva degli Steely Dan e nel magico mondo sonoro di Todd Rundgren, evolvendo tutte le migliori intuizioni di quella musica pop confinante con la sperimentazione e l’azzardo.

“Open Here” giunge due anni dopo il monumentale “Commontime”, ed è in parte attraversato da un’urgenza e una verve che tradiscono ambizione e una costante attenzione al sociale, un elemento quest’ultimo che ha sempre contraddistinto la produzione della band. Mentre i testi affondano ancora di più in problematiche moderne, la musica vira verso geometrie ritmiche più vivaci.
Tutte le tracce sono un complesso groviglio di spunti e riferimenti stilistici, che nell’economia di “Open Here” appaiono funzionali solo alla volontà dei Field Music di voler rendere il tutto quanto più familiare possibile, ed è quindi naturale che durante l’ascolto ci si soffermi sulle contiguità di “Front Of House” con le sonorità di Peter Gabriel era “IV”, o sulle marcate assonanze della title track con la beatlesiana “Eleanor Rigby”.

Il funk è l’elemento ricorrente, con sfumature tonali che rimandano a Talking Heads (“No King No Princess”) o Xtc (“Checking On A Message”). Eleganza e prosperità lirica vanno spesso di pari passo emulando sia il David Bowie di “Station To Station” che i Gentle Giant di “The Power And The Glory” (“Time In Joy”).
Di fronte a tanta imprudenza si rischia di restare un attimo basiti, soprattutto perché - nonostante l’enorme bagaglio di citazioni - si resta favorevolmente sorpresi e affascinati dalla personalità prorompente dei fratelli Brewis, artefici di un suono e di uno stile di scrittura peculiari.
I ritmi frastagliati che mettono insieme post-punk e funk, le continue variazioni armoniche in bilico tra folk e progressive-rock, le colte incursioni nel jazz e il tono possente della batteria e delle tastiere sono gestiti come elementi molecolari di nuove affascinanti creazioni alchemiche. È infatti ingannevole il riff semplificato di “Share A Pillow”, un brano pop reso interessante da intrecci vocali alla 10cc, una schitarrata alla Prince e un finale roboante; anche il funky-disco di “Goodbye To The Country” nasconde più di una sorpresa nella sua apparente svogliatezza.
La recrudescenza di forme di odio e razzismo (“Count It Up”), la depressione (“Daylight Saving”), l’identità sessuale e di genere (“No King No Princess”), la genitorialità e la cura dei propri figli (“Share A Pillow”) sono solo alcuni dei temi affrontati dai fratelli Brewis, in quello che alla fine risulta uno degli album pop più originali e creativi degli ultimi tempi.
La scelta di cantare di argomenti spinosi su tempi ritmi tipici di un brano di Hall & Oates, Prince e Sparks, con elaborazioni armoniche invece più tipiche del fronte prog e Canterbury (Genesis, Hatfield and The North, Gentle Giant), è un azzardo che merita il plauso anche dei non-fan del genere.

E se qualcuno troverà eccessivo il tono eccentrico di gran parte dell’album, farà bene a indugiare nell’ascolto, in attesa di scoprire l’elegante mix di folk-pop e ritmi tribali dell’introspettiva e psichedelica “Cameraman”, o di assaporare le sublimi variazioni sul tema baroque-pop di “Daylight Saving” che sposano l’arguzia degli Sparks con la soavità regale dei Left Banke.
Che “Open Here” sia un album ricco di inquietudine è evidente, non solo perché le incisioni sono state effettuate prima di abbandonare, dopo ben diciassette anni (per sfratto), il proprio studio di registrazione, ma soprattutto per la rinuncia alle più dettagliate e rifinite architetture orchestrali, le quali fanno infine capolino solo nel finale crepuscolare e malinconico di “Find A Way To Keep Me”.

È ormai assodato che dopo la fustigazione del punk-rock, il rock progressivo si è evoluto accogliendo un linguaggio più asciutto, lineare e armonicamente spigoloso, basti pensare ai King Crimson di "Discipline". Il risultato è una musica intelligente e intellegibile che tra chitarre asciutte e ritmi irregolari ha rinnovato le coordinate dell’art-rock. In questo nuovo archetipo stilistico i Field Music non hanno molti rivali all’altezza della loro intelligente inventiva.

(11/04/2018)



  • Tracklist
  1. Time In Joy
  2. Count It Up
  3. Front Of House
  4. Share A Pillow
  5. Open Here
  6. Goodbye To The Country
  7. Checking On A Message
  8. No King No Princess
  9. Cameraman
  10. Daylight Saving
  11. Find A Way To Keep Me




Field Music su OndaRock
Recensioni

FIELD MUSIC

Commontime

(2016 - Memphis Industries)
I fratelli Brewis sulle orme dei fratelli Shulman

FIELD MUSIC

Plumb

(2012 - Memphis Industries)
Il quarto album dei fratelli Brewis, in bilico tra l'omaggio al pił classico prog e la ricreazione di ..

FIELD MUSIC

Play

(2012 - Memphis Industries)
Un cover album che diventa un esercizio di riscrittura pop

FIELD MUSIC

Field Music (Measure)

(2010 - Memphis Industries)
L'atteso ritorno della band dei fratelli Brewis e del loro raffinato prog-pop

FIELD MUSIC

Write Your Own History

(2006 - Memphis Industries)
La prima raccolta dei Field Music ad un solo anno dall'esordio

FIELD MUSIC

Field Music

(2005 - Memphis Industries)

News
Field Music on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.