Frode Haltli

Avant Folk

2018 (Hubro) | chamber jazz/folk

La nuova generazione di musicisti norvegesi non riuscirebbe a fare un disco folk classico nemmeno a volerlo, talmente meticcia (o viceversa incontaminata) è la radice del suo poliedrico stile. Va da sé che più numerosi sono gli elementi in gioco, tanto più fitto sarà l’interscambio di influenze, rimandi, retrogusti legati alle tradizioni più disparate.
Dopo il solo “Vagabonde Blu” (2014), inciso nello spazio ultra-risonante della Tomba Emmanuelle a Oslo, il nuovo progetto del fisarmonicista Frode Haltli per l’etichetta Hubro è un inno ai multiformi talenti dell’underground scandinavo, che prende corpo in un ricco ensemble di dieci strumentisti – tutti di nazionalità norvegese, come esige l’identità locale della preziosa label.

Già reso noto da diverse uscite con la ben più blasonata ECM (nel recente “Air” lo affiancano illustri ospiti come Bent Sørensen, Hans Abrahamsen, il quartetto Arditti e i Trondheimsolistene), Haltli possiede una sensibilità eminentemente contemporanea, aperta alla sperimentazione ma fondata su una solidissima formazione accademica: e un titolo autoesplicativo come “Avant Folk” sembra voler ricondurre da subito al fare musica, anziché suggerire una chiave interpretativa anche soltanto vaga.
Il fatto più evidente e incontrovertibile, difatti, è che queste cinque tracce rivelano un’autentica complicità e gioia di suonare assieme, mescolando volentieri il maggior numero possibile di culture e reminiscenze popolari in un pastiche vorticoso ma mai caotico. “Hug” ne è manifesto e perfetta sintesi, con un possente tema da big band e intense coloriture che attraversano il tango argentino, la più sommessa poetica post-jazz (la tromba di Hildegunn Øiseth) e mai sopite ascendenze celtiche (l’Hardanger fiddle di Erlend Apneseth).

Il “Trio” per contrabbasso e due violini funge da parentesi meditativa in direzione di una nuova e più concitata sessione collettiva: introdotto dalla sezione ritmica con incedere minaccioso e primitivo, lo sviluppo di “Kingo” rimane sulla difensiva per diversi minuti prima che il lamento gitano di Haltli lasci penetrare un breve assolo di chitarra elettrica, per poi riprendere il centro della scena con una nervosa accelerazione e, da ultimo, condurre l’ensemble a un ulteriore avvicendarsi di fiati rivolto alla radical Jewish music di Zorn e soci.
Il sinistro intermezzo “Gråtar'n”, introdotto dallo sbuffo senza tono del mantice di Haltli, si situa in una terra di confine tra il post-rock dei primi Dirty Three e uno scheletrico minimalismo in punta di piedi, costituendo il passaggio più in linea con l’attualità della scena sperimentale nazionale, alla ricerca di un inedito linguaggio para-musicale.

L’ultimo, accorato folk di matrice puramente nordica (“Neid”) riesce nell’intento di accostare un mood leggermente melanconico a un giocoso e fuggevole abbandono free form, giusta nota che mancava a quello che, altrimenti, appare nel complesso come un album decisamente “composto”, tanto efficace nell’armonizzare sapori differenti quanto poco viscerale – caratteri che a ben vedere rispecchiano fedelmente la firma unica apposta su “Avant Folk”. Un’aggiunta pur sempre valida e distintiva al catalogo Hubro, portabandiera dell’entusiasmante (e all’apparenza inarrestabile) rinnovamento della musica norvegese.

(15/06/2018)

  • Tracklist
  1. Hug
  2. Trio
  3. Kingo
  4. Gråtar'n
  5. Neid
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