Funeral Mist

Hekatomb

2018 (Norma Evangelium Diaboli) | black metal

La storia del progetto black metal svedese Funeral Mist inizia nel 1993 con l'incontro tra il batterista Velion, il chitarrista Vintras, il cantante-chitarrista Typhon e il bassista Arioch. Segue nel 1995 la registrazione del demo “Darkness”, un lavoro abbastanza sui generis caratterizzato da una produzione assolutamente lo-fi e loop di chitarre gelide saldamente legate alla tradizione del black metal della seconda ondata, occasionalmente accompagnate da tastiere evocative e da passaggi melodici dal gusto quasi progressive.
Se le cose fossero rimaste semplicemente così, forse oggi non saremmo qui a parlare di questo nome, allora ancora simile a molte realtà dell'epoca. Ma ecco che nel giro di un anno molte cose cambiano: la maggioranza dei membri del gruppo se ne va via o viene cacciata, lasciando le redinitotalmente in mano ad Arioch, al secolo Hans Daniel Rostén, oggi conosciuto anche come Mortuus nelle vesti di cantante dei Marduk.

Nel 1996, il Nostro registra in contemporanea un demo con la band Triumphator (dal titolo “The Triumph Of Satan”), inaugurando il progetto che durerà tre anni e che vedrà anche un Ep e un album e, assieme al batterista Necromorbus, il demo dei Funeral Mist "Havoc", dove la ritmica inizia a farsi decisamente più serrata e le chitarre si aprono a dissonanze stordenti che faranno scuola nel così detto orthodox black metal. Trattasi nello specifico di una corrente, a conti fatti, più tematica che prettamente musicale, del “metallo nero”, dove una certa rigidità ideologica, che vuole il genere come costante glorificazione della figura di Satana, inteso come entità spirituale davvero esistente, si accompagna spesso a un songwriting prog e sperimentale che lascia libertà di azione al musicista per quanto riguarda l'approccio adottato. Tale tipologia di suono è stata portata alle sue estreme conseguenze da nomi quali gli svedesi Ofermod e soprattutto dai francesi Deathspell Omega, probabilmente il gruppo più conosciuto dal pubblico metal tout court.

La storia prosegue con il mini-album “Devilry” del 1998, completa manifestazione del suono schizofrenico ed elaborato della band, tra introduzioni con elementi dark ambient/industrial e tempi inumani dalle doppie casse spaccaossa, mentre in seguito abbiamo l'aggiunta del bassista Nachash e la pubblicazione dell'album “Salvation”nel 2003, da molti considerato la summa di un certo modo di intendere il black metal. Il polistrumentista e grafico svedese inizia la sua militanza nei Marduk, lasciando trascorrere sei anni prima della pubblicazione di quel “Maranatha” che dividerà le opinioni del pubblico a causa di una produzione più pulita e di una maggiore sperimentazione con tempi e vocals, dove suite post-rock e parlato rantolante dominano la struttura dei pezzi.
Passano quindi ben undici anni di silenzio per il progetto, ormai realtà totalmente solista, interrotti solo da qualche scarna informazione. Ma all'improvviso viene pubblicato “Hekatomb”, il ritorno sulla scena del suono devastante e personale dei Funeral Mist. Fresca della produzione di Devo Andersson, suo commilitone nei Marduk, l'opera costituisce un ulteriore passo avanti per la visione artistica di Arioch, che non torna sui suoi passi ripetendo quanto fatto con “Salvation” (e nemmeno con “Maranatha”), pur conservando e rielaborando una serie di elementi sviluppati durante il percorso degli anni. 

La prima traccia "In Nomine Domini" ci dà già la cifra del lavoro: campionamenti caotici aprono il disco, seguiti da un interessante fraseggio interrotto da suoni squillanti e contornato da una ritmica serpeggiante. Naturalmente, si tratta della calma prima della tempesta, e non ci stupiscono i vortici dissonanti che ci investono, taglienti come rasoi, mentre Arioch si lascia andare a grida infernali e parti vocali cavernose. I testi seguono il filo della nera spiritualità di Rostén, tra preghiere sataniche e spaccati fiammeggianti, mentre non mancano sorprese sotto forma di cesure con montanti rocciosi dal gusto metal più classico. "Cockatrice" spinge il piede dell'acceleratore, dandoci muri di suono dal gusto orchestrale e cascate disorientanti nere come la notte, sottolineate da corse dalle partiture stridenti e dai ruggiti declamatori del cantante; synth melodici dal gusto malinconico ci sorprendono durante il percorso, mai eccessivi e sapientemente posizionati.

"Metamorphosis" offre elementi più controllati e monolitici, sorretti da fraseggi tipicamente scandinavi e cimbali striscianti che ricordano un predatore pronto a colpire. Ritroviamo in questa occasione anche quegli elementi solenni e corali che avevano caratterizzato il già citato disco del 2009, consegnandoci un momento “rock” oscuro, ma ammaliante. "Hosanna" ritorna in territori veloci, ma pieni di pathos evocativo e malinconico, tra screaming furioso e ritornelli supplicanti, ricordandoci i Deathspell Omega di “Si monvmentvm reqvires, circvmspice” proprio grazie a questa unione di elementi, e la conclusiva Pallor Mortis si configura come una processione funerea che diventa climax tematico tanto del disco, quanto del credo stesso promulgato dai Funeral Mist, ovvero la glorificazione della morte vista come emanazione ultima di Satana e realtà suprema dell'esistenza. Un suono epico, ma dagli arpeggi ricchi di trame melodiche fredde e malinconiche, sconvolto a tratti da passaggi in doppia cassa e suoni di sirena in sottofondo, e nel finale da imprecazioni campionate di voce femminile. 

Tirando le somme, un album che si incastra perfettamente nella discografia di una delle migliori realtà del black metal odierno e non, capace infatti di rispettare i canoni essenziali del genere e, allo stesso tempo, di seguire una propria strada dove regna l'abilità compositiva di Rostén di innestare su queste basi elementi “estranei”, che in realtà si riallacciano a quanto fatto sin dagli albori nella seconda ondata scandinava. Se infatti pensiamo a nomi quali Burzumo Abruptum, ci rendiamo conto che molta della rigidità strutturale e sonora spesso imputata al genere, è dovuta agli imitatori che si sono fossilizzati sulla copia di un determinato suono. Synth, passaggi eterei, elementi del metal e rock più “classici”, parentesi anche elettroniche, evocative o cacofoniche, hanno sempre fatto parte di quello che, nei fatti, si è dimostrato il genere metal più aperto a contaminazioni di varia natura. Il Nostro sembra aver intuitivamente capito e sintetizzato tutto questo sin dagli inizi dei Funeral Mist.

“Hekatomb” è un lavoro che di sicuro non è fatto per l'ascoltatore distratto o per chi vuole qualcosa di semplice da codificare; un disco nero come la notte e furioso come un'orda di demoni. L'album è messo in piedi da un amante di queste sonorità, parimenti rivolto verso altri appassionati che possono apprezzare lo sviluppo delle sue piene potenzialità.

(12/07/2018)



  • Tracklist
  1. In Nomine Domini 
  2. Naught But Death 
  3. Shedding Skin 
  4. Cockatrice 
  5. Metamorphosis 
  6. Within The Without 
  7. Hosanna 
  8. Pallor Mortis
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