Gazelle Twin

Pastoral

2018 (Anti-Ghost Moon Ray) | post-industrial, electro, avant-pop

Un giullare di rosso vestito, col suo flauto di ordinanza e un paio di Adidas Gazelle ai piedi, scorrazza per le ridenti campagne dell'Inghilterra, seminando il panico ovunque passi. Non è proprio il più edificante degli alter-ego, quello che ha scelto di vestire Elizabeth Bernholz, la mente creativa dietro al progetto Gazelle Twin, per narrare le vicende contenute in “Pastoral”, terzo album per il progetto e al contempo sua manifestazione più radicale ed estrema. Se si considerano i temi trattati tra i solchi dell'album, il personaggio interpretato dalla compositrice è però l'ultimo dei problemi, le sue reazioni e i suoi commenti diventano anzi comprensibili di fronte allo scempio circostante.
Allo stesso tempo satira e banco di sperimentazione, i trentacinque minuti del lavoro rappresentano la reazione, frenetica e pungente, dell'autrice nei confronti del Regno Unito ai tempi della Brexit, la critica, scomposta ma proprio per questo più efficace, verso l'avanzata di voci tradizionaliste e xenofobe nel tessuto del paese, aizzate dal mito di un'Inghilterra nella realtà mai davvero esistita. In questo scenario dominato da nazionalismo e chiusura, l'autrice si muove come un cappellaio matto in preda alle convulsioni, licenziando un catalogo di vignette che esprimono pienamente il clima confuso e velenoso degli ultimi anni. Doloroso e ossessivo all'inverosimile, ma dotato di un beffardo senso del divertimento, il sarcasmo dell'opera stordisce, coinvolge e preoccupa in un unico insieme.

Il giullare viaggia quindi senza una meta precisa: il suo vagare lo porta in ogni dove, pronto a captare il sentir comune e a origliare i desideri irrealizzabili di un'Arcadia remota come la terra promessa, tra nostalgie di un passato glorioso e squarci di razzismo casual. Un mare di informazioni, che il saltimbanco mette alla berlina con fare orrorifico, evidenziandone tutta la carica grottesca, la sua ordinaria trivialità: per farlo, non ha bisogno di giri di parole elaborati o di metafore particolari, ma va dritto al sodo, puntando alla maggior semplicità comunicativa possibile.
Anche per questo le costruzioni dei brani tornano sul luogo del delitto, puntando alla massima brevità di tratto e a un assetto compositivo non particolarmente intricato; a contraltare di una simile asciuttezza (che il precedente “Unflesh” aveva provato parzialmente a modificare in chiave electro-goth-pop) i timbri si fanno selvaggi, incontrollati, un mare di pulsazioni e storture dal susseguirsi apparentemente caotico, ma dalla forte coesione concettuale. Rumorismi industriali, pericolanti impalcature technoidi, concretismi di vario tipo diventano quindi il tappeto sonoro su cui il nostro menestrello imbastisce la sua rappresentazione, col fare di un impresario in vena di scherzi. Sotto la burla, il teatro di Gazelle Twin si poggia però su una serietà granitica, impossibile da ignorare.

È solo con questa doppia chiave di lettura (più o meno esplicita, a seconda dei casi) che un album come “Pastoral” riesce a reggersi, e a non trasformarsi nell'ennesimo castello di carte. Distorcendo la propria voce a dismisura, fino ad assumere i contorni alieni e angoscianti dei fratelli Dreijer di “Silent Shout” (ispirazione dichiarata dalla stessa Bernholz), la compositrice cammina sul sottile crinale che separa la satira dalla farsa, attenta con le sue osservazioni a non scadere nel ridicolo involontario. Un compito tutt'altro che semplice, portato però a termine in maniera esemplare: i due ostinati vocali che si cedono il passo in “Better In My Day” sono solo il preambolo critico di un nostalgismo e un clash generazionale commentato con sardonica ironia.

Gli scanzonati interventi di flauto (ben più che un dettaglio iconografico) disturbano il sinistro palcoscenico industriale e l'angosciante climax vocale, in un chiaro riferimento al folklore britannico, qui vissuto non come un sereno ritorno alle origini, piuttosto come una potenza portatrice di valori e consuetudini retrive. È un sovvertimento espressivo che diventa ancora più pungente in “Dieu et mon droit”, il motto del Sovrano del Regno Unito, qui sfruttato come emblema di uno status quo vetusto. Inerpicandosi su brevissimi spunti melodici di clavicembalo (opportunamente trattato e “diabolizzato”), la voce di Bernholz si muove tra opera e psicodramma, canalizzando Meredith Monk, Kate Bush e Fever Ray in un abbraccio senza conforto, un urlo che reca con sé soltanto uno strazio infinito, reclamando tutta la nostra attenzione sullo stato delle classi meno abbienti.

Se i filtri e le deformazioni vanno per la maggiore, nondimeno il menestrello sa anche come privarsene, e mostrarsi nudo di fronte al popolo, in tutta la sua durezza. A fare da contraltare a una dimensione vocale meno luciferina viene in soccorso una peculiare cornice ambient, supporto ideale a riflessioni amarissime, esacerbate da una schiettezza espressiva che non fa sconti. “Tea Rooms” diventa l'epitome di una percezione popolare incapace di uscire da schemi ormai consunti: accostata a un testo che si interroga sull'assenza di senso della propria esistenza, la considerazione acquista proporzioni oltremodo deprimenti. Se lo sconforto e la natura ferina di certe opinioni si fanno carne nella vocalità mutaforma di Bernholz, nondimeno l'effetto risulta analogamente assicurato quando retrocede, e lascia che sia il contesto a parlare.
Le convulse sinestesie vaporwave di Nmesh diventano il canovaccio con cui Gazelle Twin lascia esprimere l'inferno delle città contemporanee, un coacervo inestricabile di situazioni ed eventi, in cui angelici cori fanciulleschi possono tranquillamente trovare il loro spazio accanto alle piccole gang di strada. Un pandemonio,che “Sunny Stories”, nel suo prendere di mira la library-music pubblicitaria (sembra quasi di sentire degli Advisory Circle ipercinetici), porta alla dissoluzione totale, vanificando ogni ricerca di significato.

Anche nel rinunciare a molta della grana più pop del precedente disco, Elizabeth Bernholz non indulge comunque più del dovuto nella complessa impalcatura ideata per l'occasione, riuscendo a concepire un universo dell'orrore nel quale immergersi, più e più volte. È chiaro che non sarà con “Pastoral” che Gazelle Twin approderà a platee più grandi, ciò non toglie che è proprio con questo disco che cementa il suo status di sperimentatrice senza barriere, di icona elettronica sui generis. Raramente il Regno Unito è parso così fatiscente.

(15/01/2019)

  • Tracklist
  1. Folly
  2. Better In My Day
  3. Little Lambs
  4. Old Thorn
  5. Dieu et mon droit
  6. Throne
  7. Mongrel
  8. Glory
  9. Tea Rooms
  10. Jerusalem
  11. Dance Of The Peddlers
  12. Hobby Horse
  13. Sunny Stories
  14. Over The Hills




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