Gesu no Kiwami Otome

Suki nara towanai

2018 (UnBorde) | progressive pop, jazz-rock, art-rock

Con la prolificità di un Frank Zappa del ventunesimo secolo, anche quest’anno Enon Katawami non ha mancato di pubblicare i suoi canonici due dischi, uno per ciascuna delle sue band, senza curarsi troppo dei dati di vendita in calo dopo gli "scandali" sentimentali che ne hanno fortemente minato l’immagine pubblica (dal numero 1 conseguito nel 2016 con "Ryousebai" si è giunti ormai al decimo posto come piazzamento massimo su Japan Billboard). 

Se "Pulsate" degli Indigo La End comincia a palesare a tratti la stanchezza di una formula che forse avrebbe bisogno di un periodo di pausa per trovare nuova linfa, i Gesu no kiwami otome, progetto di maggior successo, paiono non essere in grado di conoscere cali d’ispirazione.
Certamente, la congiunzione perfetta che aveva ispirato le sedici tracce di "Ryousebai" rimarrà probabilmente irripetibile, tuttavia è stupefacente notare come ad ogni nuova uscita il quartetto aggiunga al suo repertorio una moltitudine di influenze e frasi musicali che di volta in volta si trasformano in nuovi topoi di una formula più unica che rara, impossibile da dimenticare per chiunque l’abbia incontrata.

L’apparenza di un ascolto poco approfondito suggerisce infatti la tipica canzone Gesu come una ripetizione quasi meccanica delle stesse strutture: riff pianistici o chitarristici iper-cinetici, strofe rap, ritornelli melodici in falsetto, virtuosismi assortiti. È sufficiente tuttavia prendere le profonde differenze d’arrangiamento che contraddistinguono i precedenti due album "Ryousebai" e "Daruma Ringo" per smentire questa tesi: il secondo, infatti, è pieno zeppo di cori femminili e presenta ardite impalcature jazz, molto più esasperate rispetto al passato, senza contare inoltre la vastità di generi affrontati in quei due dischi (ci si può trovare di tutto, dalla fusion, al synth-pop, alla ballata folk arpeggiata).

Reiterando il giochino dei paragoni, "Suki nara towanai" torna in un certo senso alla verve pop del loro capolavoro del 2016, senza però dimenticarsi dell’evoluzione conosciuta nel frattempo. Così da "Daruma Ringo" vengono riprese e migliorate le brevi schegge, tanto punk nello spirito quanto prog nelle frequenti variazioni: si pensi a "Boku wa geinoujin janai" o a "Battling", che accostano bpm da pezzi hardcore a sintetizzatori impazziti, da videogioco, organo Hammond, pianoforte jazz, basso slap. A proposito, è necessaria una menzione d’onore al bassista della formazione, Kyujitsu-kacho, che riesce a svettare su tale ensemble di fenomeni grazie alla sua versatilità, essendo perfettamente in grado di alternare precise toniche in ottave alla maniera indie-post-punk, groove disco tiratissimi e slap sincopati come se non ci fosse un domani (ascoltare le strofe di "Onna wa kawaru" per credere).

In generale, i Gesu si possono ritenere i soli eredi contemporanei delle storiche formazioni progressive rock degli anni Settanta, sia per erudizione che per funambolismi tecnici. Si trovano conferme di ciò in "Sassou to hashiru Tonegawa-kun", praticamente gli Yes di "Drama" concentrati alla velocità della luce in poco più di due minuti, oppure nella citazione della V sinfonia di Beethoven in "Onna wa kawaru", che li può avvicinare agli Emerson, Lake and Palmer e alla loro "Nutrocker", sia per la fama dei temi citati, sia per la desacralizzante della musica "alta" trasportata in un contesto "basso". Molto differenti sono però i risultati: se la ripresa di Ciajkovskij suonava come una pernacchia alla tradizione accademica, quella di Beethoveen, così inflazionata, s’incastona armonicamente nella proposta del quartetto giapponese, sempre in bilico meraviglioso tra astrusità e vignette kitsch da cartolina.

Si diceva delle novità che di disco in disco entrano a far parte del mondo Gesu no kiwami Otome: ebbene, in questo caso l’elemento inedito rispetto al passato è la linearità dei due midtempo malinconici "Sad But Sweet" e "Genge". Il primo cala in un contesto umile ed elettroacustico gli scambi tra voce solista e cori femminili, solitamente contrapposti violentemente nelle partiture di Enon Katawami. La frase pianistica iniziale, accompagnata da una tenue Roland TR-808, è tanto aggraziata e sospesa quanto immediata. "Genge" è invece dominata da un’atmosfera drammatica e da un pianoforte severo; proprio per questo è ancora più sorprendente constatare come le usuali parti rap risultino ugualmente efficaci come nei numeri più scattanti.

L’eclettismo è da sempre l’elemento di maggior forza della band, e anche in questo caso la caratteristica è del tutto confermata, in primo luogo dal tripudio timbrico di arrangiamenti ancora più variegati che in passato. Si sono infatti aggiunti a chitarre, basso, batteria, cori e tastiere di ogni tipo anche archi e fiati, che ad esempio trasfigurano la natura di un pezzo synth-disco come "Hashagi sugita machi no naka de boku wa hitori toumawari shita" in una delicata canzone chamber pop.
In seconda battuta, eclettismo è anche scrivere un album che verso il finale della scaletta è ancora in grado di proporre accanto alle canzoni descritte in precedenza "Maneka renaikara yo", il cui riff portante di chitarra è talmente torrido da far invidia a blasonate band rock quali Arctic Monkeys o Queens Of The Stone Age. Proprio per via di queste ripetute dimostrazioni di coraggio lascia un po’ l’amaro in bocca l’inspiegabile esclusione dal disco del singolo "Anata ni wa makenai", cioè l’electropop lunatico degli Yellow Magic Orchestra reso ancora più schizoide dal trattamento di Enon Katawami & co., in favore di un discutibile remix della loro hit di maggior successo, "Watashi igai watashi ja nai no".

A rimediare ci pensa in particolare il secondo tra gli altri tre singoli rilasciati, "Mou setsunai to wa iwasenai", che nei suoi 4 minuti e 35 di durata entra di diritto nel novero dei classici della band, non facendosi mancare nulla. Gli incroci di chitarre acustiche ed elettriche arpeggiate, in questo caso vicine all’emo, le veloci rullate di Hona Hikoka, qui particolarmente ispirata e in grado di arricchire di tensione una canzone di per sé malinconica e timida, gli archi estatici dell’introduzione, tutto va ad accumularsi nei crescendo strumentali che esplodono nel classico ritornello accorato di marca Katawami.
Poco importa che lo stile di vita "libertino" adottato dal leader non incontri i favori del popolo, pezzi come questo, con la sua elaborata sequenza di accordi, e l’estetica del rispettivo videoclip, restituiscono appieno l’anima di una proposta che è in grado di essere tremendamente evocativa e di rappresentare al meglio la dualità dell’uomo giapponese: macchina tecnicamente infallibile da un lato, persona dalla sensibilità irresolubilmente sfaccettata dall’altro.

(05/10/2018)

  • Tracklist
  1.  オンナは変わる  (Onna wa kawaru) 
  2.  はしゃぎすぎた街の中で僕は一人遠回りした  (Hashagi sugita machi no naka de boku wa hitori toumawari shita) 
  3.  イメージセンリャク  (Image Senryaku) 
  4.  もう切ないとは言わせない  (Mou setsunai to wa iwasenai) 
  5.  戦ってしまうよ  (Tatakatte shimau yo) 
  6.  sad but sweet  
  7.  僕は芸能人じゃない  (Boku wa geinoujin janai) 
  8.  颯爽と走るトネガワ君  (Sassou to hashiru Tonegawa-kun)
  9.  ゲンゲ  (Genge)
  10.  私以外私じゃないの (Remix by PARKGOLF)  (Watashi igai watashi ja nai no) 
  11.  招かれないからよ  (Maneka renaikara yo) 
  12.  ホワイトワルツ (adult ver.)  (White Waltz) 
  13.  アオミ  (Aomi)




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