Giardini di Miro'

Different Times

2018 (42) | post-rock, alt-rock

Lo storico marchio post-rock di Cavriago riemerge da un silenzio discografico che ha fatto seguito al suo opposto, il trambusto dei progetti paralleli dei singoli membri, con “Different Times”. Il quinto disco lungo dei Giardini di Mirò è un autentico saliscendi, sia in termini stilistici che di esiti qualitativi.
Certamente niente di nuovo affiora dall’eponima “Different Times”, sorta di overture, una delle loro classiche fantasie chitarristiche generate e poi accompagnate dall’elettronica, ma l’impeccabile metodicità armonica dona loro una sorta di nuova catarsi. L’arrangiamento sontuoso (archi, chitarre trascendentali, l’ospitata di Adele Nigro) in “Don’t Lie” stritola l’esile ballatina che ne fa da scheletro. Fa meglio “Hold On”, del tutto omologa ma stavolta arrangiata con più consoni stilemi afferenti allo shoegaze romantico (affinità con le costruzioni dei Ride), più sincera, persino dirompente.

Poco chiara suona invece “Pity The Nation”, fiacca e ripetitiva canzone di protesta allungata a sette minuti. La cavatina al piano elettrico di “Failed To Chart” è poco più di uno showcase per il crooning dell’ospite Glen Johnson. Altri peccati di facilità pop-orchestrale fioccano in “Void Slip”. Nell’altra lunga meditazione, “Landfall”, i Giardini tornano strumentali e indovinano nuovamente lo stile del preludio, dapprima una canzone senza canto (per ironia, più riuscita di quelle pop cantate) e poi una serie di variazioni para-sinfoniche tra le più potenti della loro carriera, ma interrotte sul più bello.
Dieci minuti di “Fieldnotes” chiudono e metaforizzano l’album, in una mezza accozzaglia che da una parte imita i secondi Red House Painters, imitazione sensata, senz’altro affine alla loro primale sensibilità, dall’altra esagera nuovamente nell’orchestrazione quasi a cercare di camuffare la pochezza melodica (un po’ di pathos solo nel vortice sonoro finale).

Seguito di “Good Luck” (2012) e di due sonorizzazioni per il muto, “Il fuoco” (2009) e la pasticciata “Rapsodia satanica” (2014). Se ambiguità e schizofrenia fossero, da sole, virtù artistiche, sarebbe un capolavoro. Due band pirandellianamente alternate in una, capra e cavoli per accontentare gli uni, gli amanti del pop alternativo, dei nomi di tendenza (vedi gli ospiti, non ultimo Daniel O’Sullivan), e gli altri, la vecchia guardia del loro buon nome. Nell’era della musica liquida non è un problema, in effetti, e a livello testuale esce comunque un quadro sgradevole della situazione post-crisi e un rapporto deprimente della socialità cantato, quando non ci sono gli ospiti, con un timbro canoro che ricorda quello di Brian Eno. Troppi brani mediocri, produzione generica (lo storico Giacomo Fiorenza un po' delude), poche idee.

(01/12/2018)

  • Tracklist
  1. Different Times
  2. Don’t Lie
  3. Hold On
  4. Pity The Nation
  5. Failed To Chart
  6. Void Slip
  7. Landfall
  8. Under
  9. Fieldnotes
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