The Good, The Bad And The Queen

Merrie Land

2018 (Studio 13) | pop-rock

And as I come up again
I leave a little bit of England
In a field in France

Ebbene sì, l'avevamo quasi persa la speranza di rivedere all'opera Damon Albarn con il supergruppo formato da Paul Simonon (Clash), Simon Tong (Verve) e dal batterista Tony Allen. Quasi, perché quando si ha a che fare con il leader dei Blur non bisogna mai dire mai. E infatti, dopo undici anni nella naftalina, il quartetto inglese si ripresenta con un secondo lavoro che, per contesto e sonorità, ha ben poco da spartire con il precedente capitolo.
Il contesto, in primis, è un qualcosa che undici anni fa difficilmente si sarebbe potuto presagire. La Brexit ha creato una frattura destinata a rimanere epocale per chi vive al di là della Manica (e pure per chi sta di qua, ovviamente), e a maggior ragione per chi, nelle vesti di artista, ha anche il compito di interpretare i tempi che corrono. Damon Albarn è sempre stato un osservatore attento e arguto della “sua” Gran Bretagna, eppure dev'essere rimasto spiazzato lui per primo dalla decisione dei connazionali di salutare il Vecchio Continente.

La scelta di coinvolgere i vecchi, seppur occasionali, compagni d'avventura non deve d'altronde stupire. Un concept-album non si addiceva alle vicende e alla storia dei Blur, figuriamoci ai ritmi discografici della loro tarda ora. Né si potevano chiamare in causa i Gorillaz, vuoi per questioni stilistiche, vuoi perché nel frattempo il loro nuovo disco l'avevano già impacchettato. Non restavano che la via solitaria, ultimamente sempre più in voga in casa Albarn, o la chiamata alle armi dei vecchi soci, con i quali già nel 2007 si era tentata un'operazione sociologica riguardante la vita in Inghilterra durante la Seconda Guerra Mondiale. I compagni d'avventura hanno risposto “presente”, e il resto è venuto di conseguenza.

Più che entrare a gamba tesa nell'argomento portante, Albarn e soci preferiscono camminare a passo lento, come semplici spettatori, nelle macerie di una realtà che credevano forse acquisita prima di sbriciolarsi sotto i loro occhi. Il Regno Unito che immaginano proviene da un'altra epoca, a mezza strada tra un passato mitico e una favola con le radici piantate nella Storia, senza agganciarsi troppo alla realtà ma senza al tempo stesso staccarsene del tutto. Il valore aggiunto di “Merrie Land” sta forse tutto qui, nella prova di equilibrismo del gruppo, sia a livello di liriche che di sound: se nel primo caso la Brexit viene affrontata non solo con intelligenza ma anche con assoluta delicatezza, senza esprimere giudizi di merito e senza scadere nelle più viete banalità, nel secondo si assiste alla creazione di una sorta di meta-mondo dai colori pastello e dagli orizzonti chiaroscuri in cui la “britannicità” può essere descritta in tutta la sua schietta crudità, nel male ma anche nel bene. Qualcosa di molto lontano, sotto ogni punto di vista, dallo spirito aristocratico e serioso di una “History Song” o di una “Kingdom Of Doom”.

È evidente come il sentimento generale dell'opera risieda in un inestricabile miscuglio di velata malinconia e ingiustificata spensieratezza, peraltro ben riverberata a livello di immagini dai videoclip delle canzoni in cui Albarn si muove come un burattino privo di un proprio senno. Guidato per mano in studio di registrazione da Tony Visconti, il quartetto inscena un teatrino nel quale ogni elemento è ridotto all'essenziale, per restare ancora più vivido. La melanconia a passo spezzato di “Merrie Land” cede il passo al reggae picaresco di “Gun To The Head”, mai così vicina alla lezione dei Gorillaz.
Le accorate “Nineteen Seventeen” e “The Great Fire, sibilline e a loro modo solenni, rappresentano il cuore pulsante del disco, quello nel quale il passato e il presente vanno a sovrapporsi in visioni di vita e di morte. Il sentimento gospel di “Drifters & Trawlers” scalda il cuore, ma è negli arpeggi di “Ribbons” che si ritrova tutta la maestria melodica di un Albarn sempre più a suo agio nei panni di menestrello di una generazione “di mezzo” ormai priva di punti di riferimento. Potrebbe essere un estratto di “Everyday Robots”, e in un certo senso lo è: fa parte di un dialogo aperto che il “Dan Abnormal” ormai cinquantenne continua a coltivare con il mondo. Per dirla con parole sue, “I'll be the last man to leave: And now I've gone away, what will you do?”.

(10/12/2018)

  • Tracklist
  1. Introduction
  2. Merrie Land
  3. Gun to the Head
  4. Nineteen Seventeen
  5. The Great Fire
  6. Lady Boston
  7. Drifters & Trawlers
  8. The Truce of Twilight
  9. Ribbons
  10. The Last Man to Leave
  11. The Poison Tree




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