Gruff Rhys

Babelsberg

2018 (Rough Trade) | chamber-pop, songwriter

They threw me out of the club
Into the darkest alley

Sembra quantomeno improbabile che per un artista come Gruff Rhys, schierato in prima linea nella campagna per il Remain (eloquente il singolo di due anni or sono, “I Love EU”), l’ombra della Brexit non abbia avuto alcun peso nell’orientare un album marchiato a fuoco dalla sfiducia quale è il nuovo “Babelsberg”, concept su un Galles post-apocalittico, che trasuda disincanto, afflizione e amarezza nei confronti dell’avvenire ma li dissimula attraverso i consueti occultamenti pop, se possibile spingendone l’adulterazione alle estreme conseguenze. Stavolta, il Nostro ha voluto fare le cose in grande, arricchendo le nuove ballate con grandiose orchestrazioni e servendosi di un’intestazione particolarmente evocativa, appuntata in occasione del tour nordamericano del 2014 e rivelatasi assai preziosa nella fase di sconforto in cui il disco è nato, allorquando era in cerca di un titolo che evocasse la vertigine di una moderna Torre di Babele – tra isteria collettiva e allegorie da flagello biblico – poi contrappuntata a dovere da rari squarci di ironica grazia e da una sottile vena di speranza.

Registrata in tre giorni da Gruff e dal batterista Kliph Scurlock (ex-Flaming Lips) all’inizio del 2016, in compagnia del produttore Ali Chant e dei polistrumentisti Osian Gwynedd e Stephen Black, la raccolta ha dovuto attendere circa diciotto mesi per essere completata dai contributi che l’autore aveva in mente per stemperare le tentazioni più ciniche, quelli del compositore Stephen McNeff e dei settantadue musicisti della Bbc National Orchestra of Wales. Musicalmente rigoglioso ed eclettico, il risultato presenta più di un omaggio, tra i solchi, a Scott Walker, Lee Hazelwood, Harry Nilsson e Jimmy Webb. E questo sin dall’apertura, dove le prospettive ariose disegnate dagli archi e dai cori suggeriscono la prominenza scenografica di un lavoro che gioca magistralmente con le volumetrie, senza per questo risultare eccessivo, ridondante o teatrale. L’impronta sofisticata dona non poco a un interprete brillante come il gallese, abile a far fruttare l’eleganza e il lindore della parte strumentale ma senza silenziare del tutto una innata vocazione alla weirdness e alla psichedelia.
Il crooning baritonale di Gruff tende a farsi ancora più ombroso ma gli accompagnamenti sinfonici ne compensano gli sprofondi contribuendo a innescare cortocircuiti formidabili all’ascolto. Il saliscendi cui l’artista sottopone il fruitore rende la vivacità anche emotiva di un’opera che è tutta animata da questi intensi contrasti chiaroscurali, tra aspirazioni luminose al riscatto e l’accomodante lusinga dello sconforto. Da “Oh Dear!” a una frenetica “The Club”, che non rinuncia alla sua convincente inflessione malinconica ma neppure indulge in pose affettate o rinunciatarie, le cadenze restano movimentate e frizzantino il mood, mai troppo distante da quello caloroso e confortevole dei Belle & Sebastian cui lo avvicinano una propensione quasi cinematografica, la giovialità bandistica e le tinte pastello assicurate dai fiati.

Languido come un Ray Davies in piena sofisticheria Tin Pan Alley (“Take That Call”, che ricicla gli Animali Superpelosi di “Ohio Heat” ), persino ampolloso quando un cantato che si finge inespressivo viene galvanizzato da fiabesche architetture (“Drones In The City”), impressionista finché i pirotecnici refrain killer non dicono il contrario (“Architecture Of Amnesia”), il cantastorie dal “cuore in edizione limitata” ritrova a tratti la squisita fattura e le preziose connotazioni artigiane del suo indie-pop cameristico: confidenziale, affabile e delicato, pur senza scadere nella svenevolezza, romantico fino al midollo ma preservato da quell’umorismo squinternato che smussa l’asprezza delle parole. Nelle battute conclusive questo esercizio di occultamento tende al sublime, specie quando una ballata deliziosa (“Negative Vibes”) infioretta un altro abisso tascabile e Rhys si concede uno dei suoi proverbiali volteggi alla saccarina, con grazia inarrivabile. Lo scherno visionario di “Selfies In The Sunset”, con il vezzo di un ultima posa sorridente davanti all’abbagliante splendore dell’olocausto nucleare, rappresenta la degna conclusione di questa ideale colonna sonora per la fine del mondo.

(20/06/2018)

  • Tracklist
  1. Frontier Man
  2. The Club
  3. Oh Dear!
  4. Limited Edition Heart
  5. Take That Call
  6. Drones In The City
  7. Negative Vibes
  8. Same Old Song
  9. Architecture Of Amnesia
  10. Selfies In The Sunset
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