H.C. McEntire

Lionheart

2018 (Merge) | country

La musica country è da sempre la colonna sonora della way of life americana, ed è indiscutibilmente un punto di riferimento culturale per chiunque si appresti a comprendere la complessa realtà sociale statunitense. Nello stesso tempo, resta uno degli ambiti musicali più conservatori, a volte quasi reazionario. Heather McEntire e i Mount Moriah hanno in passato provato a scardinare le ferree regole stilistiche della country music, intervenendo più sui contenuti che sulle sonorità, restando gradevolmente in bilico tra passato e presente.

Per il suo primo album da solista, la cantante del gruppo americano compie un ulteriore passo indietro, recuperando la tradizione di Dolly Parton ed Emmylou Harris. Dietro questa scelta di abbandonare le pulsioni indie-rock in favore di un sound più classico e quasi ordinario, c’è una sfida culturale importante: ovvero affermare la condizione di donna lesbica in un contesto, quale quello della musica country, dove concetti come religione e famiglia sono ancora sacri e inviolabili. Compagni di avventura di questa esperienza solista sono il chitarrista Phil Cook, il batterista Daniel Faust e il bassista e tastierista dei Mount Moriah Casey Toll, ai quali si aggiunge una cospicua presenza di ospiti femminili, Kathleen Henna, Amy Ray, Mary Lattimore, Tift Merritt e Angel Olsen.

“Lionheart” è un album che però convince più per le premesse che per l’effettivo risultato, Heather McEntire è visibilmente a suo agio in questa nuova veste, ma alla passionalità delle liriche non corrisponde una scrittura altrettanto efficace. Brani come “Yellow Roses” e “Red Silo” non riescono infatti ad andare oltre il piacevole compitino deja-vu, anche la più energica “Baby’s Got The Blues” si fa dimenticare presto, lasciando alla più articolata “Quartz In The Valley” il compito di esternare il versante più rock dell’album. Anche la contaminazione con l’elettronica di “Wild Dogs” convince a metà, relegando infine alle pagine più introspettive il compito di catturare l’essenza dell’album.

Il delizioso gospel-country di “A Lamb, A Dove”, la toccante confessione delle proprie paure e sofferenze di “When You Come For Me” e l’intensa preghiera in omaggio alla nonna di “One Great Thunder” possiedono un’intensità emotiva e un’eleganza degli arrangiamenti che rendono finalmente merito alla liriche personali e intime della McEntire, facendone fluire l’anima più solitaria e malinconica. Nonostante “Lionheart” non sia un album musicalmente rivoluzionario, è in ogni caso ben lontano dalla conformità della musica country che imperversa nelle classifiche americane, inoltre la presenza di tematiche scomode, come la diversità sessuale, ne farà un sicuro punto di riferimento per future evoluzioni stilistiche.
All’ascoltatore meno accorto resterà il ricordo di un disco ben calibrato tra tradizione e modernità, ma potenzialmente superfluo, anche se è difficile non apprezzare l’autenticità e l’onestà intellettuale della musica di Heather McEntire.

(02/02/2018)



  • Tracklist
  1. A Lamb, A Dove
  2. Baby’s Got The Blues 
  3. Yellow Roses 
  4. Wild Dogs 
  5. Quartz In The Valley 
  6. When You Come For Me 
  7. Red Silo 
  8. One Great Thunder 
  9. Dress In The Dark 




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