Hjalte Ross

Embody

2018 (Wouldn’t Waste) | alt-folk

A soli ventuno anni Hjalte Ross vanta già un buon curriculum, avendo fatto parte della band grunge-stoner Frank Haze e del gruppo post-punk Blood Child. Nulla però che facesse presagire un esordio solista così intenso e poetico, che accarezza l’intimismo di Nick Drake e la grazia del primo Cat Stevens.
“Embody” è una delle sorprese di fine anno, un vinile in 500 copie limitate pubblicato dall’etichetta danese Wouldn’t Waste Records, solitamente dedita alle ristampe di album di Bob Dylan, Dinosaur JrGalaxie 500, Neu!, Joy Division.
Che cosa abbia convinto un produttore esperto come John Wood (tra gli altri Pink Floyd, Nico, Nick Drake, Fairport Convention), a prendersi cura di un album come “Embody”, al punto di occuparsi di produzione e missaggio in quel di Aberdeen, è presto detto: Hjalte Ross è un autore dal tocco raffinato e maturo. Gli arpeggi chitarristici e il timbro vocale sono sì devoti alla lezione di Nick Drake, ma nello stesso tempo le canzoni si reggono in piedi grazie a una scrittura e a una cura del dettaglio appassionante.

Ci sono voluti ben due anni di lavoro e ricerca prima che l’album prendesse corpo. Hjalte ha coinvolto prima Steve Turner (Michael Jackson, Jeff Lynne) per gli arrangiamenti degli archi, per poi elaborarli con il quartetto Who Killed Bambi (Mick Harvey, Father John Misty), e infine integrarli con le registrazioni effettuate con la band (Oskar Krusell, Simon Mariegaard, Andreas Westmark, Mads Lang e Astrid Matthesen) sotto la supervisione del produttore John Wood.
La vitalità di “Embody” è comunque tutta concentrata nella scrittura e nel perfetto dosaggio degli elementi strumentali. Hjalte Ross non si preoccupa di suonare originale quanto autentico, lasciando fuori tutti quegli espedienti che potrebbero stuzzicare l’ascoltatore casuale.
Il timore principale era comunque quello di trovarsi di fronte a una serie di canzoni alquanto scolastiche, scontate, il cui fascino fosse affidato più al timbro acustico che alla profondità del lirismo, ma di fronte alla complessa e avvolgente melodia di “Hunger For The Taste Of Time That I Didn't Waste” è difficile non restare colpiti dalle lievi dissonanze e dal brio quasi soul del refrain degni del miglior John Martyn.

“Embody” non è il solito progetto di un artista di belle speranze in cerca di un’identità artistica. Hjalte ha messo a frutto tutte le esperienze passate creando un sound molto più complesso e articolato: ci sono tracce di afro-jazz nello splendido arrangiamento strumentale di “Cabobay”, ed è eccitante il crescendo emotivo di “Come By” che si sviluppa su un pregevole suono d’archi fino a lambire quel delicato confine tra realtà e sogno. E che dire poi di “Summertime” e del delicato strumentale “Company Of A Camel”, due brani di cui Robert Kirby andrebbe molto fiero per quella magia chamber-folk che omaggia il talento del famoso arrangiatore inglese.

Senza dubbio l’esordio del musicista danese offre molti momenti deja-vu: la title track rimanda a Bob Dylan, “Falling” è fin troppo simile al già citato Nick Drake, ma l’intensità lirica della pianistica “All Week Long” e il timbro asciutto e minimale di “Jesus And The Useless” sono espressione di puro talento, ed è facile intuire perché John Wood, contattato dall’artista per un mero parere tecnico, abbia voluto prendere parte in maniera decisa a questo folgorante esordio.

(12/12/2018)



  • Tracklist
  1. Embody
  2. Falling
  3. Hunger For The Taste Of Time That I Didn't Waste
  4. All Week Long
  5. Company Of A Camel
  6. Summertime
  7. Cabobay
  8. Come By
  9. Jesus And The Useless




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