Hookworms

Microshift

2018 (Domino) | psych-rock, electro-pop

Chiunque li abbia ascoltati non potrà dimenticare quanto fossero spessi gli strati di distorsione e riverbero rovesciati su "Pearl Mystic" (2013) e "The Hum" (2014), e quante volte il Roland Space Echo è stato impiegato per ritardare la voce di MJ, cantante e chitarrista degli Hookworms, il gruppo-reincarnazione dei mantra psichedelici degli Spacemen 3.
A quanto pare, però, negli ultimi anni qualcosa si è messo in mezzo tra la band e lo space-rock, portando a quella che si potrebbe definire la frantumazione di un modello. Dopo la Storm Eva, che nel 2015 provocò l'alluvione della città di Leeds e dello studio di registrazione Suburban Home del gruppo, gli Hookworms hanno dovuto ricominciare da capo, ricostruire lo studio e recuperare il materiale sonico andato perduto; nel frattempo, durante i tre anni di silenzio discografico, la musica elettronica ha allungato le braccia con fare rapace sul loro repertorio.

Verrebbe da pensare a "Microshift" come a un album spaccato a metà, in cui il predominio dell'elettronica viene di continuo messo in crisi dal riaccendersi di quella prepotente scintilla psych-rock che illuminava i lavori passati del gruppo; ma anche l'ipotesi di una fusione tra due linguaggi, in un complesso intricarsi di vecchie tendenze e nuovi modelli che dialogano pur restando disgregati (a testimonianza della mania revivalista degli anni 2000), ben si presta all'analisi del materiale in questione. Ed è forse proprio quest'ultima idea di miscela a suggerire con maggiore adeguatezza la sottile e spontanea opera di sincretismo messa in atto dagli Hookworms.

Così, l'audace ingresso techno di "Negative Space" sfuma all'interno di colpi decisi di batteria e scaglie di rumore psichedelico, mentre il debilitante pantano electro-garage di "Static Resistance" precede il synth-pop appiccicoso di "Ullswater" - va precisato, synth-pop quasi solo per finta - il baccano vizioso di "Pearl Mystic" torna a farsi udire forte e chiaro, anche se leggermente ammansito, nei due minuti finali. Nei brani gli Hookworms rimangono inoltre fedeli alla struttura-base delle loro canzoni: la ripetizione. Non c'è traccia, infatti, che non sia costruita su una compulsiva riproposizione di motivi.

"Esiste una legge all'interno dell'opera che si fa nel divenire dell'opera", scriveva Dino Formaggio nel suo "L'arte come idea e come esperienza" (1990), ed è una premessa necessaria per giustificare la presenza di un brano come "The Soft Season" all'interno dell'album. Non ci si rende conto fino in fondo, infatti, di come in "Microshift" tutto sia possibile finché non si arriva a questa traccia: il rumore persiste ma si fa sottomarino, i suoni sembrano sprofondare nell'acqua e gli Hookworms, aiutati da un organo tremolante, cadono in una specie di trance estatica, concedendoci(si) una tregua dal barcollante maelstrom di fuzz-rock ed elettronica dei brani precedenti.

Il gruppo mette così in chiaro prima di tutto che sarebbe da ingenui aspettarsi da loro una cieca fedeltà al passato, poi come la continua metamorfosi di uno stile musicale possa avvenire anche durante lo scorrere di un singolo album e, infine, che il riconoscerlo sia l'unico modo possibile per comprendere appieno "Microshift" e apprezzarlo. Dopo questa magnifica rivelazione, seguita da altri tre brani elettronici, rumorosi ed eccellenti, gli Hookworms indugiano sui bordoni meditativi e i chiaroscuri di "Reunion", prima di andarsene soddisfatti ma un po' affannati, con un umore diverso da quello iniziale e facendoci quasi sentire la fatica che la creazione di un prodotto tanto mutevole ha richiesto, al termine della dolce-acre "Shortcomings".

(08/02/2018)

  • Tracklist
  1. Negative Space
  2. Static Resistance
  3. Ullswater
  4. The Soft Season
  5. Opener
  6. Each Time We Pass
  7. Boxing Day
  8. Reunion
  9. Shortcomings




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