Idles

Joy As An Act Of Resistance

2018 (Partisan) | post-punk

Quando nel marzo dello scorso anno scorso gli Idles rilasciarono il loro primo Lp, l’autoproduzione “Brutalism”, non se ne accorsero in molti. A poco a poco però, dato il crescente passaparola, lo scenario mutò completamente. La fama dei loro live esaltanti e violenti fece sì che il loro tour inglese registrasse numerose date sold-out. Allo stesso tempo le riviste più blasonate iniziarono a interessarsi al loro disco, fino ad arrivare a inserirlo in numerose liste di fine anno. Quella degli Idles è una storia semplice quanto interessante. E importante. Un messaggio chiaro per chiunque, in questi anni in cui anche le produzioni più indipendenti sembrano strizzare l’occhio a subdoli meccanismi promozionali, abbia ancora voglia di fare musica senza scendere a compromessi. Il messaggio diventa ancora più intrigante osservando che tipo di musica gli Idles fanno: punk. Chiaro che la loro formula sia filtrata da decenni di esperienze post, hardcore, art e chi più ne ha più ne metta, ma la sostanza di “Brutalism” è abbastanza semplice: tredici canzoni che rovesciano tonnellate di rabbia, sarcasmo e fuck contro il Regno Unito della Brexit.
L’ascesa “commerciale” degli Idles da Bristol non si è però esaurita. A osservare i vari aggregatori di voti critici presenti sul web, pare che la maggior parte delle riviste del globo abbia deciso di salutare questo secondo Lp degli Idles come il loro album of the year. Quasi come se tutte queste testate volessero abbeverarsi alla fonte degli Idles per recuperare un po’ della purezza perduta.

“Joy As An Act Of Resistance”, joy, ma fino a un certo punto. Le chitarre rimangono affilate e arrugginite, nervose, pronte a sferrare fendenti velenosi (“Never Fight A Man With A Perm”, “Rottweiler”). Lo spoken word borbottante e paranoico di Joe Talbot – che a tratti ricorda i mugugni in tonalità basse di Joe Casey dei Protomartyr - si evolve spesso in ritornelli con un discreto piglio melodico, ma la gioia pare abitare comunque lontana da queste cantilene malate e sgraziate, filastrocche strillate rivolgendo un ghigno demoniaco alla società (“Danny Nedelko”, la divertentissima “Great”). Straziante e personale, “June” c’entra poco con il resto dell’album; pare infatti che non avrebbe dovuto farne parte. Adornata da un organetto luttuoso, è il saluto commovente di Joe Talbot alla sua bimba nata morta lo scorso giugno, per il quale fa proprie e cantilena le parole di Ernest Hemingway “Baby shoes for sale: never worn”, alle quali aggiunge le altrettanto dolenti sue: “A stillborn was still born/ I am a father”.

Disco dell’anno? Probabilmente no, ma certamente un lavoro di grande compattezza e qualità che colpisce dritto nel segno ciascuno dei suoi bersagli. Tra i quali figurano, ironia della sorte, anche i media che li stanno accogliendo adoranti.

(04/09/2018)

  • Tracklist
  1. Colossus
  2. Never Fight a Man With a Perm
  3. I'm Scum
  4. Danny Nedelko
  5. Love Song
  6. June
  7. Samaritans
  8. Television
  9. Great
  10. Gram Rock
  11. Cry To Me
  12. Rottweiler


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