Imperial Triumphant

Vile Luxury

2018 (Gilead Media) | avant-metal, blackened death-metal

Tre anni or sono, segnalammo “Abyssal Gods”, l’interessante secondo lavoro degli americani Imperial Triumphant. Bene: quel death-metal scurissimo e dissonante giunge con “Vile Luxury” a completa maturazione, spostandosi su posizioni ancora più sperimentali, sulla scorta di più marcate influenze jazz e progressive, ma anche grazie a suggestioni che arrivano - precisano gli stessi membri della band - dall’ascolto del cantautorato tenebroso di Scott Walker e della classica, più o meno contemporanea (Dmitri Shostakovich e Krzysztof Penderecki sono i nomi chiamati in causa).

Detto così, “Vile Luxury” sembrerebbe essere il solito, pretenzioso disco in cui la forma domina sulla sostanza, ma… come dire?, chi non risica, non rosica. E, a conti fatti, Zachary Ilya Erzin (voce, chitarra), Steve Blanco (basso, piano, synth e voce) e Kenny Grohowski (batteria) rosicano parecchio, nel senso che sono stati capaci di approntare e registrare un disco che non è soltanto un eccellente attestato della creatività che ribolle nel pentolone del metal estremo, ma è anche uno dei lavori più importanti dell’anno.
Guidata in cabina di regia dal solito Colin Marston e accompagnati da una decina di ospiti, tra cui un intero quintetto di fiati (due tromboni, due trombe e una tuba), la formazione newyorkese si cimenta in otto tracce in cui fragorose esplosioni e brutali digressioni convivono con momenti relativamente più rilassati, il tutto per dare voce all’ispirazione di base del disco: raffigurare, attraverso la propria musica, il caos e i pericoli di New York, ma anche la sua magniloquenza e stravaganza. "La nostra città è come il cadavere di un gigante", scrive la band nella press release. “Ciò che una volta era così brillante, grandioso e spettacolare, ora è pieno di avidi vermi che si contendono la loro parte di ‘successo’. Non lo supportiamo, né siamo contrari: ci limitiamo soltanto a riprodurre i suoni di New York mentre li ascoltiamo."

Questa riproduzione/trasfigurazione (ispirata a “Metropolis”, il distopico film del 1927 di Fritz Lang, la cui immagine del robot dalle sembianze femminili ha offerto alla band l’occasione di assumere una nuova mise: mantelli e maschere d’oro) prende piede con l’ouverture per trombe bibliche che prelude a "Swarming Opulence”, sarabanda death-metal in dissonante travaglio che aspira a un’opulenza brulicante, e per questo, a un certo punto, tenta anche la carta di una fanfara bandistica. La prima parte di “Lower World”, con la sua pantagruelica heavyness, fa venire in mente i leggendari Wicked Innocence, ma poi è tutto un dispiegarsi di fosche allucinazioni zehul e conflagrazioni sinfoniche, che imbastiscono un mekanïk destruktïw kommandöh nella sala macchine del Grande Apparato.

Alle spalle dei brani vi è sempre un approccio di tipo narrativo, come conferma la successiva “Gotham Lux”: passo epico tipo i King Crimson nelle gelide lande del black-metal, deserti cosmici a metà del guado, destrutturazioni spaccaossa in doom architettate dal dio Thor in persona e sonata di pianoforte a spazzare via i detriti. Tutta la prima parte di “Chernobyl Blues” (titolo quanto mai esplicativo…) è fatta di spazi dilatati e orrore strisciante: nelle vesti di un sopravvissuto alla catastrofe nucleare del 1986 ("La pelle si sta staccando come stracci/ E le ceneri si assestano lentamente/ Sopra la nostra carne bruciata/ La nostra casa, la nostra città è vuota"), Erzin declama i versi (in russo) con voce gutturale e appesantita dallo strazio, preparando il terreno per uno strappo grindcore il cui supersonico impatto scuote il brano fino alle fondamenta.

Il jazz fa capolino, invece, sia in “Cosmopolis” che in “Mother Machine”: nel primo, introducendo dapprima, con umori crepuscolari, nuove e devastanti baruffe strumentali, dunque indirizzando la volata finale con walking bass e pianoforte free-jazz; nel secondo, assumendo invece le fattezze di un rotolacampo che continua a vagare per le strade silenziose della Grande Mela. Gli inserti della voce operatica di Andromeda Anarchia (una cantante e compositrice sperimentale di origini svizzere) e le titaniche fibrillazioni sinfonico-rumoriste che ne dilatano il finale sono tra i momenti più notevoli di “The Filth”, un brano che macina altra furia, altra disperazione, ma questa volta iniettandola di sludge.
A chiudere, una “Luxury In Death” in cui l’amalgama di groove industriale e risvolti black-jazz si scioglie nelle urla finali che Yoshiko Ohara dei Bloody Panda scaglia come folate radioattive attraverso una città prossima al collasso.

(19/12/2018)

  • Tracklist
  1. Swarming Opulence 
  2. Lower World 
  3. Gotham Luxe 
  4. Chernobyl Blues 
  5. Cosmopolis 
  6. Mother Machine 
  7. The Filth 
  8. Luxury in Death
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