Interpol

Marauder

2018 (Matador) | post-punk

A ben vedere "The Rover", primo singolo designato dagli Interpol per anticipare la loro sesta fatica, è stata una scelta volutamente rivelatoria. Un riff di chitarra secco e sferzante, la sezione ritmica compressa, praticamente schiacciata dalla produzione di Dave Fridmann, e la voce tesa di Paul Banks presentavano un'asciuttezza inedita per la band di Manhattan. Gli antipasti successivi, "Number 10" e "If You Really Love Nothing", quest'ultima una pop ballad cinica con la chitarra che si tuffa ripetutamente nel buio, spingevano meno ostinatamente in questa direzione, rimanendo però ben distanti dalle aperture ariose, talvolta epiche, cui gli Interpol ci hanno abituati in ormai vent'anni di carriera.

Già: vent'anni. Due decenni vissuti da campioni sin da subito, da headliner di quasi ogni festival indipendente. Premio e insieme condanna per chi, insieme a un altro paio di band, ha segnato un decennio e oltre inaugurando, o perlomeno rivelando, la stagione della retromania - nel loro caso a tinte dark-wave. Condanna, si diceva, perché dopo un disco epocale come "Turn On The Bright Lights" vieni aspettato al varco a ogni uscita, e con tutta questa pressione ogni passo falso - o presunto tale - pesa come un macigno. E gli Interpol, in effetti, sono apparsi sempre un po' come intimoriti da tutte queste aspettative. Pur cercando sovente nuove strade, finivano con l'infilare in ogni disco una canzone (o un paio, o ancor più) alla "Turn On The Bright Lights", quasi come una specie di paracadute per proteggersi dalle stilettate di critica e fan della prima ora. Ma anche una forma di autocastrazione. "Marauder" non è ovviamente il miglior disco degli Interpol, e nemmeno il secondo migliore, ma dà subito l'impressione che dopo tanti anni, finalmente, Paul Banks e soci si siano liberati di questa zavorra.

La copertina è da questo punto di vista eloquente. Quell'uomo vestito di grigio, ritratto in una sala conferenze fredda e disadorna, è il procuratore generale Elliot Richardson, l'integerrimo funzionario che si oppose alle pressioni di Nixon durante lo scandalo elettorale. Un artwork del genere è una scelta che non solo traccia un agghiacciante paragone tra il clima politico odierno e il passato del Watergate, ma che dichiara forte indipendenza e decisione a procedere per la propria direzione - ostinata e contraria, come si dice dalle nostre parti. In "Marauder" trovano infatti posto brani ostici, soffocanti, plumbei, spesso privi di veri e propri ritornelli, roba davvero difficile da immaginare nei vecchi dischi degli Interpol. "Complications", ad esempio, graffiata com'è da una chitarra ferrosa e decisa a non esplodere mai, è intenzionata ad accumulare tensione e non scaricarla. In "Stay In Touch", che avanza ineluttabile sospinta da un basso borbottante e da un riff ispido, Banks nemmeno canta: ciancica tra sé e sé, ogni tanto sbotta e sale repentinamente di tono. Improvvisi interventi di chitarra dissonante rendono il brano ancora più inafferrabile e difficile.

Certo, un paio di pezzi da cantare ai concerti non mancano. "Flight Of Fancy", ad esempio, che con quel ritornello chiaro e scattante favorirà la ritenzione dei fan meno aperti alle novità, ma anche "Mountain Child", un gran bel numero indie ricamato da Daniel Kessler con uno dei suoi riff più pimpanti degli ultimi tempi.
Peccato per qualche riempitivo - "Party's Over" che non decolla come vorrebbe o lo stesso singolo "Number 10" - altrimenti invece che di un ottimo punto di ripartenza staremmo a parlare uno dei migliori dischi post-punk degli anni 10.

(26/08/2018)

  • Tracklist
  1. If You Really Love Nothing
  2. The Rover
  3. Complications
  4. Flight of Fancy
  5. Stay In Touch
  6. Interlude 1
  7. Mountain Child
  8. Nysmaw
  9. Surveillance
  10. Number 10
  11. Party's Over
  12. Interlude 2
  13. It Probably Matters


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