ionnalee

Everyone Afraid To Be Forgotten

2018 (To whom it may concern.) | art-pop

Prima dell’amletico moniker iamamiwhoami c’era ionnalee: ciò va inteso non soltanto in riferimento alla poliedrica figura della svedese Jonna Lee (questo il nome di battesimo), già autrice di due album solisti tra 2007 e 2009, ma anche alla sua più recente incarnazione artistica, che concilia e sintetizza i percorsi intrapresi sinora nel territorio della musica pop (realmente) indipendente.

I due anni e mezzo impiegati per la realizzazione dell’intero progetto “Everyone Afraid To Be Forgotten” sono soltanto la porzione di un intero decennio dedicato alla sua ideazione e scrittura, che appunto risale addirittura ai tempi di “bounty”. Come di consueto, a lato del prodotto discografico troviamo il suo inscindibile complemento visivo, anticipato in varie tranche come anteprima del lavoro finito: ma per la prima volta esso non rappresenta un ricalco speculare e complementare all’album, costituendo una video-opera autonoma e solo in parte supportata dalle musiche originali.

I tratti fondanti del prodotto filmico rimangono gli stessi: scene a passo di danza contemporanea, rigore estetico e ricchezza di simbolismi fusi in un racconto che ha del fiabesco ma si svolge come una performance musical-teatrale. In una comunità settaria distante dalla civiltà, formata da individui bianchi di pelle, capelli e vestiti, ricorre l’immagine monadica di una donna ritratta in una posa vagamente simile a quella del Bowie di “Heroes” ma che a ben vedere, con le sue labbra contratte e la mano sollevata, sembra mimare lo scatto di un grottesco selfie. Jonna Lee recita la parte di una forestiera/prigioniera che conosce il mondo attraverso la televisione e infine scatena una rivolta all’interno della misteriosa tribù delle nevi.
La ricercatezza visiva e la qualità registica di EABF sono il punto d’arrivo di un’evoluzione stilistica sorprendente ma che altrimenti, dal punto di vista delle sonorità, sembrerebbe aver proceduto in senso contrario, dalle morbose fascinazioni dark-pop di “kin” alla freschezza del mainstream più orecchiabile, introdotto da “BLUE” e giunto qui a un nuovo ed esuberante compimento.

Ora più che mai, ionnalee è un act di confine, ma sono diversi elementi a separarlo consapevolmente dalla ribalta mediatica: oltre al marcato e distintivo accento nordico, la cantante e producer scandinava permane nel rifiuto delle logiche dell’industria discografica, circondandosi di pochi fidati collaboratori per portare avanti un’ambiziosa avventura all’insegna del Do It Yourself.
Senza esibire una bellezza irreale e tesa alla perfezione, e anzi ricercando mutazioni sempre nuove attorno alla propria singolare fisionomia, Jonna si conserva in una bolla artistica che pure non è immune a una certa dose di idolatria: sin dal lancio del primo singolo, “Samaritan”, traspariva la volontà di contrastare questo fenomeno con un esplicito attacco a chi la vedesse come un nuovo messia della musica pop.

I don’t believe in a god, let’s leave religion out of all this
I don't remember promising my life and soul to bring you all bliss
If I am what you say, I expect to be hanging from a wooden cross
When all this is done, it’s done

Muovendo da un universo idealizzato e immaginifico Jonna Lee riprende qui contatto con la realtà odierna – almeno nelle liriche – mettendo in scena il “riflesso di un'era ansiosa dove ciascuno continua ad alzare la voce, dove una canzone non è abbastanza, dove l'individualità è venduta e promossa sui social media, facendo dichiarazioni per essere immortalati. Ed è la mia paura [di] non essere visibile nell'ombra”.
Ma ciò si invera anche a un livello di sonorità, per mezzo di una scaltra (e a tratti sfacciata) mimesi con le principali tendenze del panorama pop internazionale: strofe in stile alt-r&b (“Joy”, “Memento”) si alternano a momentanei distacchi eterei (“Like Hell”, “Here Is A Warning”) così come a qualche ritorno ai beat scuri e minacciosi dei primi successi (“Not Human”, “Simmer Down”).
La linea di separazione dal macrocosmo radiofonico si assottiglia con l’inclusione di alcuni featuring (il canadese TR/ST, Jamie dei The Irrepressibles e Claes “Barbelle” Björklund, compagno di ventura sulla stessa label) nonché nelle consuete hit “potenziali”, sul ballabile andante, come “Blazing”, “Harvest” e “Gone”, quest’ultima fulcro e sintesi tematica dell’intero concept – saremo ciò che ci lasciamo dietro da quel che siamo stati, che abbiamo vissuto e creato:

And the battle goes on
And the love that you felt
Will be here when you are gone
And the songs that you sung
And the words that you meant
Will be here when you are gone

Capace di conciliare nella stessa opera la sua forma più mass-friendly, un’inedita profondità tematica e la più consistente maturità performativa, Jonna Lee potrebbe essere vicina, volente o nolente, a un salto verso un più alto (e forse più rischioso) livello di notorietà: ne dà ulteriore prova lo strabiliante e immediato successo di una campagna di crowdfunding, grazie alla quale si appresta a intraprendere un tour mondiale che forse includerà anche la sua prima data italiana.

Per Jonna il terrore di cadere nell’oblio, di veder scomparire la sua voce prima del tempo, è concreto e posto nelle mani della scienza: la diagnosi di un disturbo della tiroide potrebbe compromettere per sempre le sue facoltà canore, così che la sua parabola ascendente potrebbe anche diventare un prematuro canto del cigno. Alla luce di ciò, sia le sequenze più desolate che i gioiosi inni di “Everyone Afraid To Be Forgotten” assumono una valenza e un’intensità completamente diverse.

(21/02/2018)

  • Tracklist
  1. Watches Watches
  2. Joy
  3. Work
  4. Like Hell
  5. Not Human
  6. Temple
  7. Samaritan
  8. Dunes Of Sand (feat. Jamie Irrepressible)
  9. Blazing
  10. Simmer Down
  11. Here Is A Warning
  12. Gone
  13. Memento (feat. Barbelle)
  14. Harvest (feat. TR/ST)
  15. Fold






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