Iron Sight

To You Who Broke My Heart

2018 (Instruments of Discipline) | noise, harsh, power electronics, death-industrial

Si tendeva l’orecchio già da un po’ verso le produzioni del giovane Isak Hansen, in arte Iron Sight, almeno sin dal suo nastro per Total Black, intitolato “Hurt Locker”, del 2016 e il 7”, “A Single Breath”, uscito l’anno successivo su Moral Defeat.
Nel frattempo, l’astro nascente della scena noise danese si è fatto conoscere come componente del trio The Empire Line, accanto a Varg e Christian “Vanity Productions” Stadsgaard, boss della Posh Isolation. “Rave”, infatti, è stata una delle sorprese del 2018: un’originale forma di techno con derive “abstract” noise (post)industrial, cui la voce di Hansen forniva un contributo decisivo.
Ora è arrivato il momento fatidico del debut-album del progetto Iron Sight e le premesse, già molto buone, sono state ampiamente confermate. “To You Who Broke My Heart” esce per la label berlinese Instruments of Discipline, una delle più interessanti giovani realtà che spazia nell’ambito di sonorità post-industrial, dalla techno sperimentale più abrasiva a forme contemporanee di noise/power electronics.

È proprio il versante più “harsh” ad essere esplorato dal musicista danese, che sembra far propria le lezioni di gruppi seminali come i primi Ramleh, anche se in un’ottica in cui domina più una sorta di pathos esistenzialista e carnale rispetto alle istintive provocazioni rumoriste e iconografiche del power electronics degli anni Ottanta, si pensi ai dischi seminali dei Whitehouse. Per chiarirci, siamo in un abito che ricorda un po’ Puce Mary e, in generale, l’album di Hansen smuove le acque della scena noise danese attuale, quella emersa con le prime fondamentali uscite sotterranee su nastro della Posh Isolation.
“To You Who Broke My Heart” riesce a creare una sorta di "emotional power electronics" che non perde nulla in rabbia e impatto sonoro ma guadagna in cura maniacale per le atmosfere claustrofobiche da fabbrica abbandonata, palcoscenico decadente dove far echeggiare le urla disumane di Hansen. In “Thornless”, ad esempio, siamo di fronte a un crescendo implosivo tra clangori e rabbia sorda.
“Rosemary”, con la sua ritmica martellante a base di scariche al fulmicotone, sembra una versione ancora più esasperata e soffocante di quanto fatto con The Empire Line, ma il pezzo forte arriva con “Yellow Tulips”, brano possente quanto abrasivo, tra Puce Mary e Pharmakon, con echi dei Damien Dubrovnik più diretti ed esasperanti.

Se nella strumentale “White Clover” si vira quasi verso forme di death-industrial scandinavo, in “Marigold” si guarda invece al power electronics anni Ottanta e alle radici del genere.
Chiude il tutto una “Wormwood” così spietata da ricordare il versante più violento e sanguinario di Trepaneringsritualen.
In sintesi, “To You Who Broke My Heart” riesce nell’impresa di suonare estremo e senza compromessi, non dimenticando il lato più emozionale. Le urla del giovane danese, appassionato di tatuaggi, si fanno carne dolente su cui incidere tutto il dolore del mondo.

(14/08/2018)



  • Tracklist
  1. Thornless
  2. Rosemary
  3. Yellow Tulips
  4. White Clover
  5. Marigold
  6. Wormwood


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