Jean-Michel Jarre

Equinoxe Infinity

2018 (Columbia) | elettronica

Con il dipinto “Disintegrazione della persistenza della memoria” del 1954, Salvador Dalì tornava dopo oltre vent’anni al motivo iconografico che l’aveva consacrato pontefice del surrealismo agli occhi del pubblico internazionale. Stavolta nella piccola tela gli orologi molli fluttuavano al di sopra e al di sotto di una schiera di mattoni particellari che si assottigliavano in corni rinocerontici puntati contro i resti gravitazionali della baia di Port Lligat, nella prefigurazione di un futuro devastato dal fallout atomico che, all’epoca della corsa agli armamenti nucleari, non era frutto soltanto del delirio paranoico di un pittore catalano. Lungo itinerari più o meno premonitori anche Jean-Michel Jarre, al duplice traguardo dei settant’anni di vita e dei cinquant’anni di attività musicale, torna a elaborare con zelo psicoanalitico il persistere della memoria di quella che rimane l’opera artisticamente più compiuta della sua discografia, quella suite in otto parti di “Equinoxe” che alla sua uscita nel dicembre 1978, sull’onda lunga del successo di “Oxygene” contava già un milione e mezzo di prenotazioni.

Di “disintegrazione in effige” si dovrebbe nondimeno parlare nel caso di questo “Equinoxe Infinity”. Allo scoccare della terza ricorrenza commemorativa scandita dall’agenda contrattuale dopo “Oxygene 3” del dicembre 2016 e l’agiografica compilation di “Planet Jarre” del settembre 2018, il lionese ricorre in effetti a un pindarico escamotage per eludere i vincoli rituali della messa celebrata “in memoriam” del bestseller, de-costruendo e risignificando quest’ultimo attraverso il recupero di quello che era l’involucro di significanti confezionato intorno alla materia musicale. Un po' alla maniera degli orologi daliniani, gli osservatori, intruppati in origine da Michel Granger in un’illustrazione per un articolo di giornale sul rapporto ansiogeno tra spettatori e attori di teatro, evadono dai confini bidimensionali dell’ormai storica copertina, per offrirsi a Jarre come i MacGuffin ideografici sulla cui polisemica ambiguità fondare un ecosistema concettuale del tutto nuovo.
I dieci movimenti di “Equinoxe Infinity”, ora accompagnati da titoli come i capitoli di un libro o di un Dvd, si affacciano e si smaterializzano l’uno nell’altro, cadenzando i tempi scenici della colonna sonora di un ipotetico film in CGI sulle avventure degli algidi ominidi binoculari assimilabili a ieratici “moai” di civiltà aliene, oppure a replicanti, robot, droni antropomorfi, whistleblowers o spy bot.

Tema già declinato in varie tracce del doppio album collaborativo di “Electronica” (in particolare “Watching you”, “Rely On me”, “Swipe To The Right” ed “Exit”) quello del futuro dominato dall’evoluzione esponenziale dell’Intelligenza Artificiale e dall’onnipervasività orwelliana della tecnologia, assume qui i contorni di un “roman à clef” iper-testuale, romanzo per suoni e immagini che in chiave manichea intende evocare (più che narrare) la condizione umana pericolante sul ciglio di un futuro sempre più prossimo, modellato tanto sull’epos ottimistico della fantascienza di Asimov, Clarke e Spielberg, quanto su quello distopico di Philip K. Dick, James Cameron, i Wachowski e di quello più plausibilmente sinistro della serie “Black Mirror”.
Ancora più irrituale per Jarre è la preminenza semiotica assegnata al packaging e a tutta la sovrastruttura visiva che (più che negli album precedenti) sembra voler prevaricare e giustificare la fruizione della musica in sé (un sovra-testo più accessorio era stato il lungo piano sequenza degli occhi della Parillaud nel Dvd di “AERO”). In linea con l’assunto di fondo dell’album, lo stesso cover artist incaricato di realizzare le due versioni della copertina, il ventiquattrenne ceco Filip Hodas si presenta a sua volta come una figura misteriosa contattata da Jarre su un profilo Instagram che ospita paesaggi improntati alla concreta irrazionalità di una realtà virtuale che potrebbe essere quella abitata/scrutata dagli osservatori (modalità d’ingaggio impiegata anche dallo studio Hypgnosis che scovò il giovane egiziano Ahmed Emad Eldin, autore della copertina di “The Endless River” dei Pink Floyd, sul sito di Behance).

La decisione di creare una doppia versione della veste grafica poggia sul criterio aleatorio per cui gli acquirenti online vengono tenuti all’oscuro di quale delle due copertine riceveranno, proprio come non rientra nelle facoltà dell’uomo stabilire se il futuro sarà quello edenico simboleggiato dagli osservatori eretti in uno scenario agreste sottoforma di moai dell’Isola di Pasqua, o quello post-apocalittico rappresentato dalla corrusca bruma radioattiva della Las Vegas in cui trova rifugio il Deckard di “Blade Runner 2049”, dove un burocrate magrittiano, la testa dissolta in un pennacchio di fumo, fronteggia le vestigia archeologiche degli osservatori (significativi i rimandi all’estetica del Thorgerson delle teste megalitiche di “The Division Bell” e dell’uomo d’affari senza volto sulla fodera interna di “Wish You Were Here”). Che quella con la temperie psicologica del mondo di K. Dick portato sul grande schermo prima da Ridley Scott e poi da Denis Villeneuve non sia solo una contiguità casuale, lo dimostrano i primi due brani che fanno da antinomica introduzione a “Equinoxe Infinity”. Con le sue cinque note librate a più riprese in un ancestrale audio-dromo flagellato da implosioni oceaniche e trilli digitali, l’overture restituisce l’imponente atavismo idrogeologico di un pianeta in fase di terraformazione nel segno della mesta magniloquenza del Vangelis di “Blade Runner” e “Soil Festivites”. L’inquieto riemergere dei cromatismi beethoveniani della prima parte di “Equinoxe” s’insinua sotto la variazione drammaticamente dissintonica della frase melodica e le barocche sferzate di cimbali che esauriscono il movimento dando l’abbrivio a “Flying Totems”. Nelle prime note il motivo riprende quello epico-trionfale di “Industrial Revolution part 2”, dispiegandolo nella forma di un più misurato e giubilatorio inno che sull’arpeggio serrato dei bassi e di contrappunti metallici eleva un logaritmico peana nel nome del CS-80 svezzato dal maestro di Volos (la sensazione infatti è che l’intera traccia derivi da una demo preparata per quella che resta la più vistosa collaborazione mancata di “Electronica”).

A partire da “Robots Don’t Cry” l’album intraprende quasi “ex abrupto” una deviazione lungo la “Route 66” del Pianeta Jarre. I 6/8 della Korg Minipops drum-machine di “Oxygene 2” irrompe sulla scena a scortare il meditabondo jamming di un Mellotron investito del compito di riempire la crisalide del brano, variato nell’intermezzo da emaciate note di piano stillate sulla prateria di Eminent che riprende la dolente aria incantata di “Chronologie 6”.
Ridotti a timidi cenni cosmetici i legami con l’opera del ‘78, nel successivo “All That You Leave Behind”, riflessione sull’eredità che ciascuno lascia al termine della propria vicenda terrena, il tessuto melodico si atomizza in un cinematico motivo di tre note scagliate in una “bouillabaisse” di latrati mortuari, scampanii ed effetti pluviali arcionati a un defilato andante ritmico, presto inghiottito da fosche avvisaglie temporalesche. La dinamica drammatico-narrativa alla “Westworld” induce a ritenere che anche questo brano possa essere l’esito di una demo pensata per una collaborazione mancata con Ennio Morricone, scartata in favore di quella con Zimmer per “Electronica 2”. Arduo non associare l’angelica discrezione del capitolo transizionale di “If The Wind Could Speak” con la “Band In The Rain” che apriva l’ottava parte di “Equinoxe”. Con il suo indecifrabile balbettio infantilmente androgino che trasvola dal canale sinistro a quello destro per tuffarsi infine in un brioso tripudio di schizzi marini, assume la funzione di ludico interludio tra il primo e il secondo tempo dell’album con l’altrettanto giocoso “Infinity”. Pur nella provocatoria alterità rispetto al prevalente umore umbratile dell’opera, l’innesto chirurgico dell’europop sulla verve melodica di Harold Faltermeyer, Ace of Base, Skrillex e Avicii, ammantato dai perlescenti glissandi e dal radioso staccato degli archi di “Equinoxe 5” sferzati in stile “Orient Express”, funge da efficiente parentesi depressurizzante, tale da rendere perdonabile persino la grossolana riproposta di sample vocali in pre-delay riconducibili a una demo satirica del Fairlight di “Zoolook”.

A dorso di digisenquer, dal sapiente retro-kitsch da videogioco in VR di “Infinity”, si scivola di nuovo nel fosco cyberpunk di “Machines Are Learning”, in cui la palpitante sequenza che innervava orizzontalmente la quinta, sesta e settima parte di “Equinoxe” si trasmuta in una schiumante coltura di cromosomi bionici da cui gemmano a turno i vagiti robotici delle prime forme di coscienza artificiale (discendenti dei robot-minions che borbottavano in “Equinoxe 4”). Scorrendo lungo il personale “endless river” di Jarre, il corso del denso fiume sonoro incontra già il suo estuario nel settimo movimento, ossia la studio version dell’omonima “overture” suonata con un approccio più acustico ad apertura del live tenuto al Coachella festival nell’aprile 2018 e anticipata nella tracklist di “Planet Jarre”. Calato nel flusso trascinante dell’album, il brano giunge alfine a maturazione, facendo in modo che l’aggressiva sventagliata di cinque note risponda a quelle più luminose di “Infinity” in grembo all’imperiosa superfetazione techno-electro dei Depeche Mode di “Sounds Of The Universe”. Il portale sul mutamento epocale si spalanca e si richiude, lasciando l’ascoltatore ad attardarsi su una piattaforma orbitale alimentata da un riflessivo pizzicato d’archi che, imperlandosi di gocciolii e vocalizzi aeriformi, tratteggia l’angosciante fase di attesa che verrà ampliata “ad infinitum” nella calcolata infinità della traccia di chiusura.

Più un esperimento di remix partenogenetico che effettiva prosecuzione dell’odissea ambient di “Waiting For Cousteau” del 1990 (composto allora in maniera meno casuale con il Candenza software), “Equinoxe Infinity” va a inverare il nucleo del concept che vede gli umani ormai vicini a misurarsi con A.I. creativi in grado di esprimersi con la scrittura di libri, la regia di film e la composizione di musiche originali. Se l’esistenza di programmi capaci di rimontare video e di creare quadri astratti in completa autonomia è ormai un dato acquisito, la recente presentazione di un anchorman virtuale quasi indistinguibile dagli omologhi umani (esattamente come avevano profetizzato negli anni 80 i creatori del dissacrante “Max Headroom”) conferisce al “modus creandi” dell’ultimo movimento un peso filosofico meno autoreferenziale e gratuito di quanto possa suonare. L’algoritmo che gestisce il missaggio dei vari “stems”, le cellule sonore costitutive dell’album, rimescolando loop, arpeggi, effetti e brevi motivi melodici secondo parametri inseriti nel software (destinato a essere pubblicata come un’app gratuita) genera solo una delle infinite, potenziali versioni di un’audiografia amniotica inserita tra il “glurp” di Robert Rich e la ambient psichedelica di Brian Eno, The Orb e The Future Sound of London, fino ad affondare le radici nella “Speak To me” di “The Dark Side Of The Moon” (dove Nick Mason e Alan Parsons riepilogavano tutti gli effetti del disco in un decollo di appena un minuto e trenta).

Sul finire del crescendo cosmogonico che disintegra e reintegra il viluppo staminale di questi 40 minuti, subentra l’impressione che l’infinità potenziale tesa alla conquista della “singolarità”, ossia l’armoniosa integrazione della psiche umana con il computer, sia ciò che abbia ispirato la ricerca di Jarre sin dagli esordi al GRM di Schaeffer, e che questo album sia l’estremo attestato fisiologico di mezzo secolo di training autogeno.
Ben al di là di un sequel o un reboot, il “requel” di “Equinoxe” giunge come l’inaspettato colpo di remi vibrato nel fiume del Tempo da un consumato argonauta del suono, mentre altri coevi decani si sono già seduti da tempo sulla riva, ignari o indifferenti ai gorghi che in mezzo alla corrente covano la spirale di un Futuro Transumano. Un “coup de theatre” che un Samuel Beckett replicante potrebbe forse ribattezzare con il titolo di “Waiting for A.I.nfinity”.

(27/11/2018)

  • Tracklist
  1. The Watchers (Movement 1)
  2. Flying Totems (Movement 2)
  3. Robots don't cry (Movement 3)
  4. All that you leave behind (Movement 4)
  5. If the wind could speak (Movement 5)
  6. Infinity (Movement 6)
  7. Machines are learning (Movement 7)
  8. The Opening (Movement 8)
  9. Don’t look back (Movement 9)
  10. Equinoxe Infinity (Movement 10)
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