Jlin

Autobiography

2018 (Planet Mu) | footwork, electro, avantgarde

Che Jerrilynn “Jlin” Patton, Indiana, producer di spicco, fosse avvezza al mondo della danza lo ha dimostrato non soltanto il genere di riferimento, il footwork, erede modernista di breakdance, drum’n’bass e Idm, che dischiude a nuove complesse e nevrotiche forme di movimento corporeo, ma anche la sua affiliazione con danzatori e coreografi. Dapprima, con l’indiano Avril Stormy Anger realizza “The Escape Of The Blvck Rxbbit”, tratto dal singolo “Dark Lotus” (2017), oltre a svariati live e dj-set multimediali. Quindi, lo studio e la compagnia del rinomato Wayne McGregor le commissiona l’intera colonna sonora del suo più recente balletto, “Autobiography”, le cui musiche sono poi raccolte nell’album eponimo.

Da un lato c’è ovviamente la Jlin più riconoscibile, le sue fitte trame sincopate di beat accoppiate con più radi spezzoni parlati di frasi, parole, gemiti o urla (“Unorthodox Elements”), o con un campionatore usato come un Uzi (“The Abyss Of Doubt”), oppure con qualche indiavolato stralcio sinfonico a donarvi preziosa enfasi (“Kundalini”). “Mutation”, quando spezza il fluire del beat in modo quasi caoticamente free-jazz, suona comunque come uno dei suoi elettroshock ballabili meglio realizzati.

Dall’altra ci sono piccole composizioni d’inattesa pittura sonora ambientale, che peraltro fanno spesso le veci delle parti istituzionali del componimento colto. “First Overture” è un baluginio di vibrazioni elettroniche, campanelli e percussioni argentine. “Anamnesis”, in due parti, è una sorta di collage tra un solfeggio sfocato di pianoforte e sintetizzatore e lievissime quinte di natura in sottofondo. Molto meno interrelati sono invece i due “Interlude”, il primo un’elettroacustica di acque e rollii ancor più rarefatta del resto, il secondo un denso psicodramma da colonna sonora sci-fi quasi alla Carpenter.

Due dischi, intrecciati a forza, in uno. Quello più tipico suona come un compromesso, facile, ancor più blando e quasi corrotto dalla dance commerciale, tra i sovratoni industriali di “Dark Energy” (2015) e quelli etnici di “Black Origami” (2017). L’altro, quello alieno e avanguardista, scopre un’autrice di modi raffinati, quasi lirici, attenta ai dettagli scenografici e al preziosismo sonico. E’ uno dei suoi più ascoltabili e con un risvolto caloroso che buca la fissazione per la mitragliante musica delle macchine. Con un limite: le due dimensioni non comunicano se non con uno sforzo notevole di fantasia, accomunate soltanto da un numero, peraltro confusionario (“Carbon 12”, fuga minimalista di silofoni Reich-iani). Vincitore del Gross Family Foundation Fund 2018.

(03/10/2018)

  • Tracklist
  1. First Overture (Spiritual Atom)
  2. Annotation
  3. Carbon 12
  4. Unotrhodox Elements
  5. Anamnesis (part 1)
  6. The Abyss Of Doubt
  7. Mutation
  8. First Interlude (Absence Of Measure)
  9. Permutation
  10. Kundalini
  11. Anamnesis (part 2)
  12. Blue I
  13. Second Interlude (The Choosing)
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