Jonathan Richman

SA

2018 (Blue Arrow) | outsider-folk, lo-fi

Tutte le grandi saghe stilistiche della storia del rock sono costeggiate da personaggi che, pur avendo poco o nulla a che fare con la carovana di turno, per mere contingenze storico-geografiche si ritrovano scaraventati dentro di peso. Il punk, con la sua connaturata capacità di rappresentare tutto e il contrario di tutto, è stato forse la calamita più magnetica verso questo tipo di equivoci: il fatto che figure come Paul Weller, Elvis Costello o Joe Jackson vi siano state inizialmente accostate ne è la prova tangibile.

Icona del movimento suo malgrado grazie a classici proto-77 come "Roadrunner" e "Pablo Picasso", il bostoniano Jonathan Richman è in realtà un saltimbanco sorridente e tutt'altro che nichilista, impareggiabile narratore di bozzetti satirici con il suo tocco deliziosamente jewish. Maglietta a righe perenne, pose bambinesche, nostalgie anni 50, ma anche una consumata abilità nello sfornare canzoncine irresistibili e una vorace curiosità verso le musiche di tutto il mondo hanno fatto di lui uno dei loser più adorabili e adorati. Contro ogni pronostico, un soggetto così eccentrico ha avuto non solo un'enorme influenza (chiedere alle marmaglie indie, twee-pop, lo-fi e compagnia, tutte debitrici di quell'approccio indolente e pre-slacker), ma anche una carriera che prosegue ininterrotta da ormai oltre quarant'anni.

Prodotto con la moglie Nicole Montalbano e l'ex-Talking Heads Jerry Harrison (già insieme a Richman nei seminali Modern Lovers), "SA" arriva a due anni da "Ishkode! Ishkode!", ma è in tutto e per tutto un album fuori dal tempo: sfido chiunque, pescando una canzone a caso dalla scaletta, a indovinare l'epoca in cui è stata incisa. Il monosillabo del titolo fa riferimento a "the root note in Indian ragas that Ramakrishna, the much beloved mystic, told his spiritual students to search for underneath all things of this world": ed è proprio l'India, magari più quella a bassissima fedeltà immaginata del discepolo Calvin Johnson che il paradiso lisergico dei Sixties, il faro musicale e spirituale per tutto il lavoro (laddove l'album precedente omaggiava a suo modo i canti dei nativi americani).

Con un tono tra lo sgangherato e lo spettrale, che ricorda a tratti l'album a quattro mani fra Daniel Johnston e Jad Fair, si susseguono stramberie tardo-hippie alla Incredible String Band/Pearls Before Swine ("The Fading Of An Old World"), aliti di harmonium Ivor Cutler-iani ("O Mind! Let Us Go Home"), flashback acidi tra Skip Spence e Julian Cope ("A Penchant For The Stagnant"), ma anche gagliarde puntate bossa ("¡Alegre Soy!", cristallina dichiarazione d'intenti) e numeri gypsy-folk in stile Beirut ("Yes, Take Me Home"). Apre e chiude il vaporoso mantra della title track, mentre a metà percorso si spanciano gli otto minuti all'incenso di "Oh Mind! Just Dance", che sarebbero piaciuti all'Allen Ginsberg musicista.

Talentaccio melodico pari alla sua inscalfibile faccia da schiaffi, a 67 anni Jonathan Richman continua a tirare dritto per la sua strada incurante di qualsiasi moda o giudizio: anche solo per questo, è davvero impossibile non continuare a volergli bene.

(29/10/2018)

  • Tracklist
  1. SA
  2. My Love She Is From Somewhere Else
  3. The Fading Of An Old World
  4. O Mind! Let Us Go Home
  5. A Penchant For The Stagnant
  6. O Mind! Just Dance!
  7. This Lovers' Lane Is Very Narrow
  8. ¡Alegre Soy!
  9. Yes, Take Me Home
  10. And Do No Other Thing
  11. The Sad Trumpets Of Afternoon
  12. SA


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