Jonghyun

Poet | Artist

2018 (SM / Genie) | k-pop, r&b, house-pop

Per quanto l'industria musicale coreana abbia raccolto il suo buon numero di scandali e polemiche nel corso degli anni, dalle ripetute accuse di plagi al trattamento simil-schiavista riservato senza alcun discrimine alle figure di più alto profilo come a personaggi più nella penombra, era ancora lungi dallo sperimentare sulla sua pelle la bomba che ne avrebbe messo in bella mostra gli ingranaggi e i meccanismi, tutt'altro che edificanti. Fa un po' specie constatare come siano necessari quasi sempre eventi traumatici per sollecitare gli animi della popolazione e aprire conversazioni altrimenti del tutto inevase, nel caso dell'universo k-pop è però servito il suicidio di una delle sue stelle più longeve e luminose per fare in modo che si scoperchiasse il vaso di Pandora dell'intrattenimento coreano e all'improvviso si cominciasse a parlare di salute mentale e delle pressioni oltre misura poste sulle spalle delle celebrità.
Chiaramente la morte di Kim Jonghyun (meglio noto senza il cognome) non è imputabile in alcun modo a un fattore univoco e la depressione con cui ha convissuto per anni si è trascinata dietro un'infinità di problemi irrisolti. Ciò non toglie come il destino di uno dei volti più conosciuti e amati della hallyu (è infatti stato la voce principale degli SHINee, tra le boyband ammiraglie del k-pop), nonché uno dei rari autori e compositori in un sistema che lascia ben poche possibilità di manovra agli interpreti e ai musicisti, presenti con tragica efficacia i costi del successo in Corea, il peso di un profilo pubblico e di una carriera da gestire senza sgarro alcuno.

Lo shock, insomma, è stato altissimo, a maggior ragione se si considera l'intensa attività di Jonghyun anche in prossimità dell'atto e l'annuncio di un secondo album solista, previsto per l'inizio dell'anno in corso. Non si paragonerà in alcun modo l'uscita di questo “Poet | Artist” a quella di “Blackstar”, sono troppo divergenti le dinamiche, l'impatto e la legacy che Bowie e Kim si portano dietro sono sensibilmente diverse. Eppure, in qualche modo, nei trentasei minuti del secondo album del sudcoreano si ritrova la stessa voglia di affidare al proprio pubblico una sorta di testamento artistico, una summa di un percorso espressivo coltivato con autonomia, pienezza di intenti e un personale senso della poesia.
Poeta e artista che si incontrano, per un'ultima prova definitiva: il titolo non potrebbe essere più chiaro, questo è il modo con cui Jonghyun vuole essere ricordato, questo disco il suo lascito più prezioso, il sunto attraverso cui apprezzarne al meglio il talento e la personalità.
In effetti, è tutta questione di personalità in questo lavoro: andando controcorrente rispetto all'attitudine bombastica della maggior parte del k-pop contemporaneo, con una sottigliezza produttiva che sfrutta trend del passato e del presente rigirandoli in una chiave del tutto singolare, l'autore cala i panni dello sperimentatore, del balladeer e del brillante autore pop senza alcuna soluzione di continuità, lasciando esprimere tutte le sue anime in un prodotto che le esalta e le caratterizza senza preferenza alcuna. Non poteva esserci un disco più rappresentativo di quello che Jonghyun ha costituito (e avrebbe potuto continuare a costituire) per il mainstream coreano.

Con i suoi proventi destinati a sovvenzionare la fondazione istituita dalla madre, a sostegno di persone in difficoltà, “Poet | Artist” vede il musicista portare alle estreme conseguenze il suo pop caleidoscopico e imprendibile, non tanto in termini di qualità assoluta quanto senza dubbio nel trasporto e nell'ambizione.
Verve e mistero, sensualità e desiderio, torpore e passione: Jonghyun non si risparmia affatto nel corso degli undici brani, scandisce con analoga versatilità ogni fraseggio e ogni battuta, lasciando il segno anche più delle importanti soluzioni d'arrangiamento o delle trascinanti intuizioni melodiche. Praticamente assenti i cali di tensione nell'interpretazione; che si tratti della fascinosa lounge-house à-la Clazziquai Project di “Shinin'”, appena screziata di sonnacchiose increspature tropical, o di un'accorata ballata al pianoforte (invero fin troppo manierista nella costruzione) come la conclusiva “Before Our Spring”, quasi una sorta di profezia rispetto alla fine imminente, non vi è momento in cui il lato vocale manchi di puntualità o intensità, abile com'è nello scavare nel profondo del mood e delle tessiture liriche.

A volte la lettura si fa più sottile e opera con maggiore sottigliezza, coniugando umori opposti. Nel capolavoro “Rewind”, tra i brani dance della stagione (se non dell'anno), l'autore ripercorre a ritroso il fiume della house-music e riprende la sensualità istintiva del maestro Frankie Knuckles, abbozzando una melodia appena sospirata che abbraccia onirismo e passionalità, accostando alla trascinante base piano-house rivoli urban e manipolazioni sonore. “Sightseeing” sfrutta cadenze compositive d'antan e le attualizza senza sforzo alcuno, per un brano che si muove tra funk dei bei vecchi tempi e r&b anni 00 con galanteria e un pizzico d'ironia, lavorando di fino sui costrutti melodici e sulle coloriture di tastiera, predisposte a suonare quasi come scintillanti bassi anni 70.

Se “#Hashtag” gioca con tastiere shibuya-kei e tocchi di spazzole appena avvertibili, per una microhouse sofisticata e sensuale che concentra i suoi sforzi testuali su un argomento invece tutt'altro che edificante (le dicerie da social-network e la cultura dei hater), “Grease” trae spunto dai costrutti della future-garage di inizio decennio adattandoli alle odierne tendenze bass, spezzando però le derive tamarre di tanti colleghi compatrioti per un'interpretazione più affilata e penetrante del sound prescelto, in cui lasciar interagire canto e rap senza isterie posticce ed esagerazioni grossolane.
Anche quando il sentiero imboccato non è propriamente quello più agevole, c'è comunque sufficiente spazio di manovra perché Jonghyun sparigli le carte in tavola e riesca a mascherare un'intuizione melodica non propriamente riuscita (il midtempo romantico dall'ovvio titolo “Sentimental”, salvato in corner da un utilizzo peculiare degli archi e dai glitch sintetici della base) o soluzioni sonore un filo più deboli del previsto (la tropical un po' slavata di “Just For A Day”, raddrizzata comunque da un cantato che nobilita l'atmosfera tramortita dell'arrangiamento).

Anche con le piccole sbavature che offuscano parzialmente la visione d'insieme, Jonghyun si presenta al meglio delle sue capacità di autore, narratore e compositore, riversando nel suo testamento, artistico e di vita, tutta la sua singolarità espressiva, di mente creativa in un panorama dai volti intercambiabili. Per dare una risposta all'interrogativo contenuto nei messaggi inviati alla sorella prima del suicidio: “You did well, Jonghyun”.

(02/03/2018)

  • Tracklist
  1. Shinin'
  2. Only One You Need
  3. #Hashtag
  4. Grease
  5. Take The Dive
  6. Sightseeing
  7. Rewind
  8. Just For A Day
  9. I'm So Curious
  10. Sentimental
  11. Before Our Spring




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