J. Peter Schwalm

How We Fall

2018 (Rare Noise) | electro, glitch, downtempo

Originario di Francoforte, Jan Peter Schwalm è scoperto da Brian Eno all’epoca delle prime produzioni a nome Pandrama e Slop Shop (soprattutto “Makrodelia”, 1998), e così chiamato a realizzare a quattro mani i collaborativi “Music For Onmyo-Ji” (2000) e  “Drawn From Life” (2001) e la colonna sonora di “Fear X” (2003). Da qui Schwalm inizia la carriera a proprio nome, dapprima con “Musikain” (2006), un disco di post-trip-hop dominato dalle ospitate, lo stesso Eno, Imogen Heap, James Wolff, Leo Abrahams. Eno ritorna ancora a supervisionare due progetti-tributo, il pretenzioso “Wagner Transformed” (2013), risultato della sua partecipazione al collettivo “Wagner Reloaded” (2006), sulla scia di “Recomposed Ravel & Mussorgsky” (2008) di Craig e Von Oswald e “Recomposed Mahler Symphony X” (2010) di Herbert, e il radiodramma su commissione “Kraftwerk Uncovered” (2013). Sempre e comunque scandito dal ritmo, “The Beauty Of Disaster” (2016) è di fatto il suo primo disco realmente autonomo, appena più vicino ai corrieri cosmici d’antan e alla musica minimalista.

Infine, “How We Fall” capitalizza su quel risultato, ponendolo in alcuni casi a capo di un possibile ennesimo revival della kosmische musik. Le propalazioni sinfoniche, i miasmi, gli uragani e i colpi di “Battenfeld” provano che l’esperienza del “Wagner” non è trascorsa invano. “Ibra” incorpora uno dei ritmi più irregolari del disco, una sorta di bombardamento in lontananza, in un clima malsano, e un requiem di dub dissonante ad alto voltaggio. Ancora i dettami di Eno, specie quelli più impressionistici ed etnici (cioè quelli di “On Land”), emergono in “Auua”.

Un pianoforte quasi atonale fa capolino un po’ ovunque tra le coltri di distorsione (forse eccessiva), e finalmente si sfoga in “Stormbruch” in una lenta cavatina solistica, prima che di nuovo venga sommersa dalla marea fiammeggiante elettronica in stile primi M83. Di contro, “Clingon” ostenta un passo cibernetico piuttosto amatoriale se confrontato con Add N To X e Black Dice, “Gangesthal” è un trip-hop distorto e melodrammatico senza chiusa, la lunga “Strofort” passa in rassegna mille tecniche (concreta, industriale, elettroacustica) a mo’ di puro sfoggio, e “Musles” è poco più di una fantasia melodica alla Vangelis (anche se una di quelle per cui Vangelis pagherebbe).

Appassionato e studioso di percussioni, multistrumentista e multimediale, Schwalm realizza un’opera che ha del portentoso, se la si vede come colonna sonora immaginaria, o anche come colonna sonora reale dato che raccoglie gli spunti offertigli dall’omonima “How We Fall” (2017) con l’ideazione e la regia di Sophie Clements, già collaboratrice audiovisiva all’epoca di “Beauty Of Disaster”. Vi si apprezzano momenti catatonici in grado di frastornare mente e cuore, anche grazie alle chitarre di Elvind Aarset e Tim Harries. Al di fuori di questa visione (o ideologia?) appare un disco forte quanto irrisolto, con qualche brano incompiuto, zeppo di suoni non sempre e non così utili. Finale incline alla new age: pro e contro.

(21/12/2018)

  • Tracklist
  1. Strofort
  2. Battenfeld
  3. Auua
  4. Ibra
  5. Gangesthal
  6. Stormbruch
  7. Clingon
  8. Musles
  9. Singlis
J. Peter Schwalm on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.