Julia Holter

Aviary

2018 (Domino) | esoteric, songwriter, avantgarde

È una reazione spontanea voler semplificare, rendere più tangibile e comprensibile l’arte, soprattutto quando è la più popolare: la musica. A volte, sono necessari pochi elementi d’analisi per costruire una critica, una disamina: belle canzoni, testi intelligenti, sonorità innovative, voce intensa, arrangiamenti originali. Il rischio è che in alcuni casi la valutazione s’incagli su questi luoghi comuni, non permettendo di sviscerare fino in fondo il valore di un’opera. Se poi ad essere oggetto d’esame è l’ultimo album di Julia Holter, tutto diventa più complesso, soprattutto in virtù della natura concettuale del percorso artistico della musicista americana.

Passata con disinvoltura dalla drammaturgia greca al musical anni 40, e da John Cage a Kate Bush, senza mai perdere in personalità e originalità, Julia Holter fin dagli esordi ha dimostrato un’attitudine alla sublimazione sonora che non ha eguali nel panorama contemporaneo. Questo è accaduto anche quando si è cimentata con la natura sintetica e lineare della musica pop, creando una serie di preziose miniature che hanno dato forma a uno dei puzzle più preziosi della moderna liturgia rock (“Have You In My Wilderness”).
“Aviary” è non solo il settimo album di Julia Holter, ma è anche il frutto di una promessa mantenuta: “Non significa che farò musica che suonerà di nuovo così”, dichiarò in un’intervista dopo l’uscita del precedente album. L'artista ritorna sul luogo originario del delitto, immergendo le pulsioni art-rock nelle primigenie attitudini sperimentali degli esordi, lo fa prendendo spunto questa volta da uno scritto della famosa artista libanese-americana Etel Adnan. Tutto è racchiuso in una frase che per alcuni versi colloca l’album sullo stesso piano del film di Alfred Hitchcock “Gli Uccelli”: “mi sono trovata in una voliera piena di uccelli urlanti”.

Quali paure ancestrali e quali soluzioni Julia offra al pubblico non è dato saperlo; non perché l’artista si rifiuti di dare risposte, ma perché “Aviary” è l’album del caos, della confusione culturale. E' infatti la stessa Holter a descrivere le sonorità del progetto come: “cacofonia della mente in un mondo in liquefazione”.
In perenne bilico tra introspezione ed estrinsecazione, la musica sembra quasi prendersi gioco di se stessa, inseguendo raramente forme definite. Quasi tutte le tracce sono nate da improvvisazioni registrate in solitudine nell’arco di due anni (2017-2018), e poi incapsulate in sonorità apparentemente disparate, frutto delle più recenti passioni musicali dell’artista: la musica medievale e Alice Coltrane. Ad affiancarla una nutrita schiera di musicisti: Dina Maccabee (violino), Andrew Tholl (viola), Devin Hoff (contrabbasso), Corey Fogel (percussioni), Sarah Belle Reid (tromba ) e Tashi Wada (cornamusa).

Più che un semplice brano d’apertura, “Turn The Light On” è la celebrazione della ritualità della figurazione artistica contemporanea: concerto rock, balletto, teatro e musica classica si confondono nel caos di strumenti e suoni, graffiati dal canto liberatorio della Holter. Ed è questa la costante minaccia che aleggia sulle quindici tracce del doppio album: quindici tasselli non privi di sbavature ed errori, perché la vita stessa è una sequenza di conquiste e sconfitte, di gioie e paure.
È la coerenza narrativa, più che quella musicale, l’obiettivo di “Avairy”. Le quindici composizioni sono lasciate libere di volare tra labirinti stilistici a volte oscuri, mai superflui, aspetti politici e personali diventano un'unica struttura linguistica, mettendo in chiaro che la follia dei tempi moderni nasce dalla malsana interconnessione tra mondo interiore e mondo esteriore. Anche i testi sono vittime della stessa sindrome caotica, tra elaborati recuperati in annotazioni dimenticate, pensieri estatici e frasi estrapolate da poesie etniche e scritti medievali.

Quale sia la forma sonora che assume tutta questa intensa premessa ideologica è senz’altro l’argomento che più interessa al lettore, ma sia ben chiaro che essa da sola non vi donerà mai la chiave d’accesso per coglierne la bellezza. L’album è diviso in due parti ben definite, contraddistinte da una maggiore “vivacità” ritmica della prima e da una deliziosa stasi quasi ipnotica della seconda, anche se va sottolineato che anche dietro le languide sonorità alla Joanna Newsom di “Voce Simul” e “Another Dream”, si cela lo spettro della solitudine e della disperazione più profonda, quella resa palese dallo stridio vocale di “Every Day Is An Emergency”, che giace a mo’ di monito tra le due morbide ballate appena citate.
Alla stessa maniera il ritmo da marcia militare di “Whether” mette in guardia dai pericoli di un riscaldamento globale del pianeta, mentre dietro le evocative e melodicamente piacevoli note di “Les Jeux To You”, si nasconde l’apocalisse di un’umanità minacciata dallo sciogliersi dei ghiacci polari e dalla non remota possibilità di un’epidemia, generata dal diffondersi di virus rimasti sopiti per decenni e decenni. Se Laurie Anderson, le cui sonorità spesso riecheggiano nell’album, aveva identificato nel linguaggio il virus dell’era tecnologica, Julia Holter capovolge il rapporto trasformando il virus in linguaggio, ed è in questa chiave di lettura che va colta la trasfigurazione massimalista dei due brani concettualmente minimali e quasi velvettiani “I Shall Love 2” e ”I Shall Love 1”.

Musicalmente “Aviary” può essere semplificato in un allucinante e caotico mix di Robert Wyatt, Kate Bush era “Aerial”, Laurie Anderson e Alice Coltrane. Ne scaturisce una spiritualità talmente intensa da rendere superfluo qualsiasi confronto. Difficile, se non impossibile, non scorgere tra le tracce almeno tre o quattro future-classic: la digressione avant-funk di “Underneath The Moon” (una “Sign Of The Times” post-futurista), la travolgente cascata di lirismo di “Word I Heard”, la geniale trasgressione classico-medievale dell’ambiziosa “Chaitus”, la solennità oscura e inquieta della conclusiva “Why Sad Songs”.

Cosa resta: una serie di affascinanti landscape sonori e vocali che ad ogni ascolto mostrano sfumature e preziosismi sonori di rara arguzia, “Another Dream”, “Colligere”, “In Gardens’ Muteness”, “I Would Rather See”: figli spuri delle stesse intuizioni che spinsero i Cocteau Twins tra le braccia di Harold Budd. E’ sempre il concetto di bellezza il fine ultimo delle composizioni, che siano esse stridenti o trascendentali, non c’è alcuna differenza, se non quella percepita e banalmente archiviata come sperimentale.
Non c’è in verità nulla di rivoluzionario o innovativo in “Aviary”, la natura imprevedibile delle composizioni nasce dalla volontà di descrivere il caos, argomento che difficilmente si può affidare alla forma-canzone, nello stesso tempo Julia Holter non fa nulla di diverso da quanto già elaborato da quei poeti dell’incertezza e dell’oscurità che l’hanno preceduta: Laurie Anderson, Kate Bush, Scott Walker, Robert Wyatt, Sun Ra, Joanna Newsom.

A rendere appassionante il progetto, è la scelta di Julia Holter di percorrere lo stesso sentiero con la medesima intensità e con lo stesso margine d’errore degli illustri predecessori, consegnando al pubblico una materia viva, tangibile e come direbbe Andy Warhol, pop, nonostante la natura non proprio popolare di questi oltre novanta minuti di caos e armonia.

(31/10/2018)



  • Tracklist
  1. Turn The Light On
  2. Whether
  3. Chaitus
  4. Voce Simul
  5. Every Day Is An Emergency
  6. Another Dream
  7. I Shall Love 2
  8. Underneath The Moon
  9. Colligere
  10. In Gardens' Muteness
  11. I Would Rather See
  12. Les Jeux To You
  13. Words I Heard
  14. I Shall Love 1
  15. Why Sad Song




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