King Tuff

The Other

2018 (Sub Pop) | garage-pop, psych-pop

I build some kinda makeshift structure in the spirit realm
and sing little songs to the metaphysical trees. I am the Other

Logorato dalla weirdness di un personaggio costruito nel tempo, quel crazy party monster che sentiva assomigliargli ogni giorno un po’ meno, Kyle Thomas ha deciso di sbarazzarsi almeno musicalmente dell’allegro sudiciume del marchio King Tuff, pur avendo cura di conservare la comoda facciata del moniker. Trascorso l’ultimo disintossicante biennio nei panni del gregario, nel corteggio segalliano denominato The Muggers, si è quindi costruito uno studio di registrazione casalingo, The Pine Room, che ha affidato a Shawn Everett (War On Drugs, Lucius, Grizzly Bear), si è sdebitato nei confronti del reuccio di Laguna Beach offrendogli la migliore batteria che aveva in casa e ha invitato i luogotenenti del suddetto codazzo (Mikal Cronin e Charlie Moothart, ma anche Kevin Morby, Jenny Lewis e Greta Morgan) a suonare o cantare nell’opera chiamata a segnare il suo nuovo corso.

Dai campanellini e dalla morbida malinconia dell’organo nella title track all’annebbiata litania della conclusiva “No Man’s Land”, il Kyle di questo “The Other” sposa il pattume e la grazia, lo squallore materiale e uno spiritualismo naif, come mai prima d’ora. Il profondo cambio di paradigma che ha scelto di perseguire è illustrato a dovere dalle sue stesse parole: “Ho lasciato che le canzoni mi conducessero dove volevano, anziché cercare di confinarle in un territorio musicale determinato a priori”.
Il risultato è un album sulla curiosità e la libertà dietro l’incontaminata purezza dei bambini nel relazionarsi con la fantomatica “alterità” del titolo, qualcosa che Kyle – specie nella favoletta autobiografica di “Raindrop Blue” (dedicata all’“unicorno delle automobili”, la Subaru Brat blu del 1982) – mostra di non aver smarrito del tutto. Non per niente, il King Tuff della maturità somiglia dannatamente proprio al Segall della maturità, non solo per l’acidula strafottenza del timbro ma pure per la noncuranza strategica, in quell’anarchico affastellamento di ipotesi stilistiche spesso contraddittorie che ne esaltano, in definitiva, l’indole pur difettosa del battitore libero.

Proprio la pacchiana e irresistibile “Raindrop Blue” (come solo certe uscite di Richard Swift), con le sue infezioni da modernariato disco, vale come cartina al tornasole dell’intero lavoro: dietro la chiassosa e sfavillante baracconata, a emergere è un sottile ma inoppugnabile velo di mestizia, a stento relegata in secondo piano dal rutilante troiaio espressivo. Il ghigno sprezzante e un po’ idiota di ieri ha lasciato il posto a questa inedita maschera di adulto disincantato, e tanto meglio se la vita prende le sembianze di un ameno e lurido dancefloor, teatro (nel crepuscolo della magnifica “Neverending Sunshine”) di ogni sorta di beffarda oscillazione emotiva, tra euforia e prostrazione. Non manca, per dire, la dedica a un amico recentemente scomparso, nella non meno squillante elegia della scanzonata “Thru The Cracks” (con echi molto inglesi, dai soliti fantasmi glam al britpop via Lennon).

Nella confortevolezza del suo eremo, King Tuff continua a suonare di tutto, dal Minimoog all’autoharp al Wurlitzer, mentre come cantante parrebbe essersi dato una moderata e persino quella voce da cartone animato trova una sua credibilità nella nuova veste incantata ma seriosa, depurata da tutti gli eccessi cazzoni del passato. Anche l’impronta sonora orientata (nei limiti del possibile) al minimalismo può risultare spiazzante per chi si sia abituato agli stravizi di un chitarrismo garage-pop al colesterolo, visto che a questo giro la fidata Jazijoo langue nella custodia per buona parte del tempo. Che poi si fa presto a dire “minimale”, visto che l’horror vacui spinge il Nostro a saturare ogni pertugio con arrembante sfrontatezza (“Circuits In The Sand”), incalzando l’ascoltatore e offrendo nuovo vigore a una teatralità evidentemente innata.

Se i turgori à-la Bowie del sax di Cronin fanno la parte del leone nella licenziosa confusione di “Birds Of Paradise”, il blues-pop sferragliante e sbrindellato che richiama Beck in “Infinite Mile” funziona egregiamente come stralunato richiamo vaccinale contro la noia, pure celebrata come attore cruciale all’origine di qualsivoglia processo creativo.
Qualcuno si è scomodato a parlare di “The Other” come della raccolta di King Tuff più incline alla psichedelia, ma a dirla tutta questa resta più che altro un dettaglio in superficie tra i tanti, in un disco che è quanto di più viziosamente prosaico, romantico e decadente all’ennesima potenza, danzereccio eppure assai meno frivolo di tutti i suoi predecessori: un album per lasciarsi andare sì, ma con le lacrime agli occhi.

(21/05/2018)

  • Tracklist
  1. The Other
  2. Raindrop Blue
  3. Thru the Cracks
  4. Psycho Star
  5. Infinite Mile
  6. Birds of Paradise
  7. Circuits in the Sand
  8. Ultraviolet
  9. Neverending Sunshine
  10. No Man's Land
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