Kit Downes

Obsidian

2018 (Ecm) | avant-jazz

“L'Ossidiana è un vetro vulcanico la cui formazione è dovuta al rapidissimo raffreddamento della lava, sempre ricca di ioni silicato (dal 40% a oltre il 65%), i quali non riescono a raggiungere la formazione ordinata di un reticolo cristallino, ma assumono una disposizione caotica (struttura amorfa) come in un liquido superviscoso. . Plinio la chiamò lapis obsianus o obsidianus in onore di un certo Obsius o Obsidius, che citò la pietra per primo in alcune zone dell'Etiopia. Alcuni ritrovamenti fanno ipotizzare la conoscenza della pietra in epoca antica: la civiltà nuragica la utilizzò prevalentemente per costruire lance e frecce ed utensili di vario tipo, gli antichi Egiziusavano l'ossidiana per fabbricare scarabei e sigilli mentre in America centrale veniva utilizzata dalle civiltà precolombiane”.
(da Wikipedia)

 

Un album davvero insolito per la nobile etichetta di Manfred Eicher che, assai sovente, quando si è spostata dalle stanze del jazz cameristico europeo ha sfornato capolavori di visionaria portata e “Obsidian” è certamente uno di quelli.
Il pianista inglese Kit Downes viene da una tradizione di improvvisazione jazz e non è nuovo all’uso dell’organo. Infatti nel 2013 realizza un album, “Wedding Music”, in duo con il sassofonista Tom Challenger (qui presente, con discrezione, nella sola traccia “Modern Gods”) dove le tastiere erano quelle di un organo B3. A differenza di quell’album, solo parzialmente riuscito a causa dell’asinina esuberanza del sax superfluo di Challenger, questo debutto solista per Ecm vede il solo Kit non all’organo ma districarsi su ben tre differenti organi a canne da chiesa. Lo spazio compositivo viene più che mai dedicato all’improvvisazione e alla spontanea sovrapposizione dei tessuti improvvisatori creando brani di ammirevole bellezza noir, profonde semantiche che ricordano le fantasmagorie organistiche dell’ Olivier Messiaen in siderali esplorazioni.

Una composizione finale, “The Gift”, è basata su un brano scritto dal padre di Kit riportando un vago sapore celtico, quasi una sventagliata di raggi solari tra il pulviscolo denso e notturno sotto un cielo grave e plumbeo.
“Come osservava Messiaen – scrive Kit Downes – le infinite timbriche dell’organo a canne ti consentono di essere al tempo compositore, orchestratore e improvvisatore”.
L’album è un riverente manifesto ai milioni di voci di uno strumento così affascinante già dal primo, magnifico incipit di “Kings”, maestosa e cupa.
Un solo brano non scritto da Downes, la tradizionale ballad scozzese “Black Is The Color”, a sottolineare quell’indefinibile e inudibile dark-folk latente che pervade l’album, come se gli spettri di Banquo e Messiaen si aggirassero qua e là, in veste di irriverenti ispettori.

Una cupa tristezza, una magnifica dignità, una rilassata ricerca una mistica del magnifico rendono "Obsidian" un capolavoro della musica nuova.

(04/01/2018)

  • Tracklist
  1. Kings
  2. Black Is The Colour
  3. Rings Of Saturn
  4. Seeing Things
  5. Modern Gods
  6. The Bone Gambler
  7. Flying Foxes
  8. Ruth’s Song For The Sea
  9. Last Leviathan
  10. The Gift
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